LibEreria

Ultima chiamata, per le Arti, alla Rivoluzione.

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Sala Lettura – Ottobre 2022

C’è un tempo di vento

Leggero insolente

Mi circonda di pianto

Di terra presente

Rude elegante

Ma ho sete di sole

Io che arrivo di pioggia

Bagnata la faccia

Cercando un passato

Di storia di piazza

Sarò un sorriso

Portato con forza

Un naso rosso

Le cose che ho visto

Il mio essere addosso

Alle cose che vivo

C’è un tempo di vento

Mi porta a volare

In cieli nascosti

Tu trovami

Insisti

Di albero perso

Ho radici profonde

Rimango di terra

Sporcata d’agosto

Innamorati di questo sole

che brucia sopra di te,

 

della luce che picchietta

tra i rami

e ti permette di osservarla.

 

Guarda dalla tua finestra

e innamorati

del verde che sbuca

dal cemento.

 

Innamorati del

profumo di magnolia,

sospendi le lancette

e vivi col naso.

 

Diventa lingua,

assapora il fresco

della menta, la

dolcezza del cioccolato.

 

Meravigliati perché

le cascate non sono

tutte uguali,

perché gli animali

fanno versi diversi

e perché gli uomini

hanno parole diverse.

 

Seduti nel vagone

di un treno che

viaggia,

il paesaggio scorre

veloce,

nella distrazione vuota

della nostra mente

tutto corre, fugge

e sfugge,

ma la nostra vita

è fatta di stazioni,

di fermate consapevoli

in cui niente è banale

o superficiale,

e noi siamo i

nostri sensi, lampioni

dell’esistenza.

La civiltà del ritmo

danza sulle punte

il ballo dell’ immobilità.

Spirale desiderio

insolito

insoluto

indebito

l’ odor di nebbia

morale dubbia

precipitando cresce.

Lei è canto del ferro

ancora,

io fabbro della sua passione:

cadenza onirica

dettata dalla veglia.

Civiltà del ritmo:

i treni non passano più,

vapore estinto

l’acqua ai deserti

alla mia sete il deserto,

avanzo fermo

fermo avanzo,

sono ritmo senza civiltà.

Amo la Poesia

perché, l’unica al mondo

a non farmi domande.

Mi permette

di diventare piccola – piccola

rinunciando al peso del mio essere

dimenticandomi del nome

dei significati delle cose

ed entrare dentro i tuoi occhi.

Amo la Poesia

sapendo che ti estrae dal mondo

e per un segmento di tempo

da battito a battito,

Sei mio.

Ondate di lacrime

riflessi di luna sulla pelle

dentro: un mare di contraddizioni

 

Niente è semplice

devi fare quello che vuoi fare

devi fare quello che devi fare

 

Perderai qualcuno

altri, li ritroverai

e finalmente amerai con tutto te stesso

 

Ti muoverai nel mondo

sotto la pioggia

tra dolcezza e rigidità

 

Ti stancherai

avrai bisogno di riposo

di un silenzio infinito

in riva al lago

 

Ti stancherai

ma non di vivere

dentro: una luce sempre accesa

una luce che sovrasta il buio.

Sospesa.

Ecco come vivo.

Tra un vento che scompiglia i miei capelli e un sospiro che calma i miei ricordi.

Tra un raggio di sole che illumina il pulviscolo, che sembra risposarsi dopo un lungo viaggio, e un raggio di luna che sembra indicare la via dei miei sogni.

Tra un sorriso che non si arrende e una lacrima prepotente che mi riga il viso.

Tra una piega intorno agli occhi e un solco che disegna ghirigori nell’anima.

Vivo così, con il mio disordine ordinato e con le mie dubbiose certezze.

Aspettando quel salto nel vuoto che è la vita.

Viola si toccò la fronte, sudava come non mai. Si toccò il collo, e non trovò nessuna ferita sotto le mani.

Poi si alzò e andò a guardarsi allo specchio, e vide che non c’era nessuna chiazza di sangue. Nessun segno.

Non resistette più, e singhiozzò disperatamente, con la testa appoggiata sulle ginocchia.

Sapeva che nelle sue vene non c’era il veleno della serpe, anche se sapeva che, nella vita reale, vi scorreva del sangue infetto, causato da una profonda cicatrice.

E pensò che più la cicatrice era profonda, più il suo sangue era sempre più infetto. Ma durò poco.

Posò la mano sul suo cuore per sentirlo, per vedere se battesse ancora. Il suo cuore batteva. Batteva eccome.

Alzò la testa, e si sfiorò le guance solcate dal pianto. Sospirò serena, con la mano sul cuore, mentre si accarezzava il petto, e fu grata agli astri per quello scampato pericolo.

Si alzò per avvicinarsi alla finestra, la aprì, e guardò verso il cielo, come a cercare conforto nel firmamento celeste. Ma non ebbe bisogno di pregarle: le stelle splendevano come non mai, ed erano pronte a farlo solo per lei. Viola le guardò e sorrise, si lasciò incantare da quelle luci. E poggiò la sua testa sulle mani stese sul davanzale della finestra. Le fissò, guardò la luna ammaliata, con occhi sognanti.

Successivamente, si portò le mani sulle guance mentre le guardava estasiata. Avrebbe voluto risplendere come quegli astri, quegli attori del grande spettacolo della volta celeste, ma non ne aveva la forza.

Avvertì di essere in profonda connessione con loro e si sentì proiettata nella dimensione del sonno.

Quando le stelle ebbero esercitato tutto il loro potere su di lei, tornò a letto e si addormentò serena, cullata dai sussurri del vento. Sperava di fare tanti bei sogni, tra cui uno: che quella sua sofferenza potesse finire presto. Le stelle avrebbero di sicuro protetto il suo sonno, e le avrebbero permesso di fare dolci sogni di una nuova vita, una nuova rinascita.

Cammino

nell’abisso tra narrazione e realtà

osservo

figure oscure al mio passaggio

allungano verso di me

lunghe dita ossute di menzogna

mi chiedo

se sono io ad aver perso il contatto

se sono io

che in un eccesso di intransigenza

falcio quelle mani

protese verso di me

intente

nel gesto dell’afferrare

i miei piedi non sono mai troppo certi

del loro prossimo passo

ma devo convincerli che

non c’è altra strada percorribile

non c’è altra strada percorribile

non c’è altra strada

avanzo portando con me

ogni convinzione acquisita

da quel cammino che ho lasciato

alle mie spalle

e non c’è altra strada

percorribile

 

Occhi avanti

non guardare indietro

non c’è più nulla laggiù

per te

Fammi stare qui

 

non ti faccio il catalogo della bruttezza del mondo

che un giorno lontano si poteva salvare

non la lista delle parole velenose

delle guerre che ognuno crede di dichiarare

 

e invece sono i loro mostri del sangue

con mille teste in gara al veleno assassine

che infuocate spuntano a tratti

dal loro sedere sulle spine

 

fammi stare qui

 

non faccio il repertorio dei possenti eroi

che piangono rosa zucchero filato

lasciato lo specchio a un soffio di vento

che non avevano immaginato

 

non l’elenco dei calpestatori

sordi che non vedono l’esistenza degli altri

ciechi che non sentono come si sta negli altri

muti che non sanno stare con gli altri

 

fammi stare qui

 

non mi piace chiedere o invocare

ciò che mi serve lo prendo da me

senza nuocere a nessuno

ma senza far torto a te

 

e voglio una volta sola dirlo facile per tutti

perché intenda solo tu

e fare solo una sporca paginetta

e non scrivere più

 

fammi stare qui

 

non riposo e non mi culli

sono qui vivo al caldo del raccontato

che a tanti me con tante voci diverse

inesauribile hai sussurrato

 

sto sognando con loro

sto sognando che sono uno di loro

sono uno di loro

Musa

 

fammi stare qui

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