LibEreria

Ultima chiamata, per le Arti, alla Rivoluzione.

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Ultima chiamata, per le Arti, alla Rivoluzione.

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Sala Lettura – novembre 2019

“Devo andare, ma tu ricorda di starmi vicino.”
Fu l’ultima frase che non potevi pronunciare, ma io la sentii chiaramente.
Il sole spento di quel mattino mi gelava le ossa e irrigidiva i muscoli mentre vapore e spirito uscivano dalle mie labbra salendo, sempre più in alto, per sposarsi distrattamente con le nuvole.
Quel giorno il cielo ha lasciato piovere le mie lacrime, ma tu non sapevi.
Io non sentivo che il vuoto, mentre cercavo il capo di quel filo capace di unire i nostri sguardi nei secoli, che vestiti da frazioni di secondo correvano, inesorabili, crudeli e compassionevoli come ciò che stavo per farti.
“Devo andare, ma tu ricorda di starmi vicino.”
La frase che non hai pronunciato cambia il ritmo del mio torace quando scoppia dentro.
E sorrido la disperazione, stanco di non sentirla con le orecchie, ma solo con il cuore.
Abbiamo ascoltato “Hai un amico in me”, la tua testa poggiata sulle nostre magliette, le magliette sulle mie ginocchia, le ginocchia sul pavimento ghiacciato.
Book ha smesso di sorridere.
Lei è stata gentile, ma come ogni persona non ha trattenuto la superficialità dello sbaglio.
Dopo la terza iniezione ha detto che non c’eri più.
Ma io non ti ho detto addio.
Non si dice mai addio a un fratello.
Ti saluto ogni sera, prima di dormire, gettando gli occhi lucidi nei tuoi malinconici, imprigionati dentro la foto che tengo sul comodino.
Poi tolgo la maglia, e chiedo al sonno di lasciare la porta aperta, così, se vorrai, potrai venire a trovarmi, per giocare ancora una volta.
Che non è mai l’ultima.
“Devo andare, ma tu ricorda di starmi vicino.”
Certo, fratello.
Tu non smettere mai di muovere la coda.


Venezia è come una macchia che sanguina sulla mia pelle,
le mie parole sono inutili e incapaci di esprimere, Lei mi ha inghiottito un tempo e ora mi ha lasciata ciondolare tra le calli, sulla sponda della riva, tra l’odore della laguna illuminata da una mezza luna stanca.
Le mani nelle tasche per cercare ciò che ho smarrito, e mentre cammino, di colpo mi fermo perché ho riconosciuto un vecchio portone complice della mia giovinezza, a fianco una fontana, ora muta.
Galleggia la mia isola e si aggrappa ai suoi ponti, l’acqua la culla e Lei è smarrita, ha perso i suoi figli, le sue finestre come occhi riflettono nell’acqua le sue lacrime.
Mi tuffo ancora tra le sue braccia che mi riscaldano i ricordi.
Ora corro così in fretta, per cercare in qualche angolo che ancora non sia stato calpestato, la sua splendida esistenza.

Sospesa
e avvolta nei nastri
di ciò che è stato
affiora libellula
di sussurro l’afflato
Racconta narrando
mormorii di un canto
cauta e paziente
del ricordo ne è l’incanto
come cassetti si apron visioni
immagini, risa, ingenue illusioni
Si miran attorno
con occhi spaesat
l’alieno sguardo
degli appena nat
Allunga la gamba
misura l’altezza
allarga le braccia
per sentirne la brezza
Il sole riscalda
quel dolce sentre
​che porta nel cuore
il taglio, il dolore
Lo chiaman ricordo
-alcuni memoria
mostra il passato
senza la storia
Si scruta distante
furtivo o assente
del cuore graffiato
oppure graffiante
Esce discreto
e si guarda silente
è solo un’ombra
che spera il presente

Si nota come la De’Vota
concede breve prede e ti svuota.
A voto tuo richiesto esser palese
lei si rivolge a te stesse pretese.
Sapendo che chi va da lei è ben convinto
l’anima rimanda indietro e il corpo spento.
Nello svolgimento delle due parti
sono meno le domande alle risposte.
Sapendo la De’Vota che un essere è preciso
ognuno unito agli altri non lascerà confusi.
Quindi quello che dovrebbe esser adatto
è il gesto di un De’Voto evidente ALL’ATTO.


Gira, gira Girasole
inganno di prospettiva
scherzo di percezione
bugia infantile.
Cerchi la luce, cerchi l’amore
ruoti la testa
sul tuo forte stelo.
Pazzo di luce, pazzo d’amore
espandi i tuoi semi
esplosi in un grido.
Amore perduto, amore infinito
ti cerco, ti scovo
ma non ti intravedo
non mi appartieni, non ti appartengo
il centro vitale è troppo lontano.
T’inseguo da sempre, t’inseguo da ieri
ma il tuo giallo è sfocato
e il mio amore sprecato.

Brevi istanti di poesia
Scritti nell’aria
Accarezzano la terra,
Gocce di pioggia
Su foglie assetate,
Parole leggere
Danzano lievi
Come d’ inverno
Stelle di neve,
Nei cuori si posano
Di umani destini
Come attimi eterni
Di armoniosa bellezza

Ci sono duemila motivi per stare bene.

A volte credo che i motivi per stare bene siano di gran lunga maggiori dei motivi per stare male.

Se provo a fare una piccola analisi, mi accorgo che anche la giornata più normale è piena di motivi per gioire.

Provo a mettere giù un elenco:

– Fare colazione al bar.

– Sentire un’amica. Parlare del più e del meno.

– Scrivere. Qualsiasi cosa: un racconto, una poesia.

– Respirare. Guardare il cielo e qualche fiore.

– Ascoltare una canzone.

– Leggere un libro.

– Passeggiare, dimenticando il tempo.

– Riassaporare un vecchio ricordo.

– Sognare ad occhi aperti. Fantasticare.

– Ricordare che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è gratis e a nostra disposizione.


Invece, non occorre fare un elenco dei motivi per cui stare male.

Basta ribaltare la prospettiva e non accontentarsi di niente.

Basta lamentarsi, nell’incapacità di cogliere tutto il bello che ci circonda.

Il punto è questo: basta davvero poco per sorridere, ma basta poco anche per piangere.

Di solito, si tratta di una scelta.

Non ce ne rendiamo conto, eppure abbiamo il potere di star bene anche di fronte alle avversità.

Abbiamo risorse infinite, se solo decidiamo di usarle.

Non esiste un segreto, se non quello di amare la vita, nel bene e nel male.

Mi piace ascoltare il rumore

Della pioggia che cade

Come il vento

Che mi calma

Mi piace ascoltare il respiro

Di chi sogna

Mi piace stare sospesa

In quella bolla

Che sa di passato

Mi piace navigare coi pensieri

Lontano

Quando la vacuità del presente

Non mi opprime

Quando non avverto

Sudditanza col tempo

Mi piace pensare che è stato fatto

Il dovuto

E ciò ha prodotto

Questi attimi.

Ma sono solo attimi.

1 Quando, solo, mi confondo            se toccato dalle noie

2 nei pensieri miei retrattili             simili ad artigli,   

3 infilzàti sui piccoli mondi in cui    si flettono le storie: lì

4 mi vedo sparso,                      fra i destini miei. Ecco

5 appare Luna,                         lei risplende,

6 astro d’amore        mi disseta col vino malinconico

7 che è risposta alla fede nella notte e                                 nel suo perpetuo nascere:

8 luce dietro luce                   morendo io rinasco

9 dalla mia curiosità resa          innocente, come

10 una giocosa eclissi narrante:                         l’oscuramento di un me frapposto all’io che racconta

11 “Io sono quel bambino che ancora gioca all’essere,              dicendo di non essere mai nato ma

12 un tempo lo volesti          educato come un folle,

13 nemico della morte e        innamorato della verità…

14 ispirato dalla vita.”        Sì, con essa liberato per

15 un feroce abbraccio lirico:  il canto del colore,

16 ché questo chiamo Amore,    fusione trinitaria fra

17 le ombre che noi siamo,         la luce che formiamo…

18 ribelli ad ogni Sole.           Noi, pianeta di parole

La gente
ti passa distrattamente accanto.
Se non trovi quelle mani
capaci di sentire i tuoi anni
l’eco di millenni viventi in te
la storia scritta nelle striature
viva e pulsante nelle pieghe
nascosta dietro lo scorrere del sangue
rimarrai invisibile come il vento
nel suo continuo viaggio
per trovare qualcuno che lo fermi.
Rimarrai a vagare eternamente
sospirando e sputando l’amarezza
di giorni persi e sogni accartocciati
buttati nel cestino.
Trovare mani
capaci di scriverTi addosso
e leggerTi negli spazi vuoti
dove echeggia soltanto un urlo.
Tutto prenderà la forma
dei tuoi sogni
al risveglio.

Sapere che ci sei
(che è giusto regalo per me
per le mie vite e
le mie notti domande mute al seguito
in un colpo magico illuminate)
sapere che tu sei
(che è la bellezza per la bellezza
nata dall’intelligenza di un mondo
che non potrebbe davvero ignorarlo
né davvero averti fatta non apposta)
questo
questo
questo sapere
è la poesia
che non devo scrivere


Mi hai detto senza voce

che il tempo è tiranno

e io ti ho guardato

senza sapere cosa fare

 
la nostra grande impotenza

ci grida in faccia

l’urlo spietato della vita

con la lama affilata della morte

 
ma una nuova rinascita

ci solleva dal dolore

e tu sei ancora qui

tua la voce nella mia mente

 
mi hai detto vai

non ti fermare

il tempo è tiranno

non lasciarlo andare

 
ti porto con me

nel mio cammino

indicami la strada

è quasi mattino

Da qualche parte nel mondo
mi aspetti,
steso sul letto, a pensare, a quando arriverò, come sarà,
impaziente,
picchiettando sul cellulare.
Da qualche parte nel mondo
il lato disfatto del letto ci ha visti stretti
in un nodo inscindibile,
che poi si è sciolto col tuo viso affondato sul mio petto,
come un cuscino,
scandendo i momenti col battito del mio cuore.
Da qualche parte nel mondo i tuoi occhi color mare
mi hanno scavata dentro
mentre cercavano di penetrare ogni fibra,
oltrepassare i miei occhi,
in un bacio che va oltre le labbra.
Da qualche parte del mondo, siamo ancora stretti,
mentre le nostre vite fluiscono veloci,
quasi a confondersi nella folla.
Distanti,
ma non troppo per ritrovarci nei sogni.

Non so se sono pietra

Che si stacca dalle mie domande

o una bomba a notte fonda

che esploda per svegliare tutti.

Cammino come un uomo

desideroso di buttare tutto via

tra le mani forse una poesia

rinvenuta tra cadaveri e illusioni

disintegrate, brandelli del mio corpo.

Sono sufficientemente piccolo

da poter dimenticare anche il tuo nome,

abbastanza famelico affamato

da sbranarlo ed ingoiarlo sanguinante.

Il tuo nome uccide.

Colpisce nel momento più impensato.

Si sente spesso dire che ogni casa possegga una sua anima, una sorta di essenza che la caratterizza e che in qualche modo si “respira” entrando tra le sue mura. Può darsi che quest’anima sia il risultato dei vissuti e delle storie di coloro i quali in quella casa hanno vissuto, gioito, sofferto, amato, odiato..
Ma cosa succederebbe se quell’anima fosse talmente forte da travalicare il semplice “sentire” dei suoi abitanti per farsi volontà prevaricatrice?
La storia che vado a raccontarvi è giunta alle mie orecchie attraverso il racconto di una strana, vecchia signora che incontrai nello scompartimento di un treno durante un viaggio al nord.
Entrando nello scompartimento, mentre armeggiavo con i miei bagagli, avevo iniziato ad osservarla, come spesso mi capita di fare con le persone che non conosco.
La signora, che doveva avere almeno ottant’anni, aveva un’aria minuta e fragile, il viso rugoso incorniciato da una nuvola di capelli bianchissimi. I suoi indumenti semplici ma di buona fattura, profumavano di una delicata fragranza; non indossava ninnoli o monili, l’unica concessione alla vanità una piccola catenina con un ciondolo tondo e liscio. Vicino ai suoi piedi, una bizzarra valigia in pelle dal colore verde acido consumata dal tempo, completamente ricoperta di disegni e iscrizioni variopinti.
Dopo i normali convenevoli, avevo immediatamente tirato fuori il mio libro per immergermi nella lettura.
Non lo so come successe, ma so soltanto che ad un certo punto cominciammo a parlare.
Aveva una voce melodiosa e ipnotica. Mi chiese se avessi piacere di ascoltare una storia.
Ed io, che sono sempre fatalmente attratta dalle storie, le dissi di sì, e poiché quella che mi raccontò è una storia di gran fascino, ora io la racconterò a voi.
“La storia racconta di Michele, un giovane forte e brillante, che giunto alla maggiore età, aveva iniziato a sentire la necessità di vedere il mondo. E così aveva iniziato a viaggiare, ogni volta che poteva saliva su un aereo e se ne andava a visitare qualche luogo sperduto.
Fu in uno di quei viaggi in Guatemala che Michele trovò, in un sito archeologico, un ciondolo: non era granché come fattura, e non aveva neppure l’aria di essere troppo prezioso… così Michele se lo mise in tasca.
Dimentico del ciondolo Michele continuò il suo soggiorno e fu solo quando, ormai tornato in Italia, disfò la valigia che esso scivolò fuori dalla tasca dei pantaloni in cui si trovava.
Michele senza troppo pensarci indossò il ciondolo.
Passarono gli anni, e Michele continuò a girare senza sosta per il mondo.
Fino a che, alla soglia dei trent’anni Michele, che ormai aveva girato in ogni dove decise che era arrivato il momento di acquistare una casa per sé ed iniziò a girare per trovare quella che sarebbe stata la sua abitazione.
Ma il tempo passava e Michele proprio non riusciva a trovare quella giusta. Erano tutte troppo grandi, o troppo piccole e poco luminose, o troppo isolate o troppo poco … insomma, la verità, probabilmente, era
che Michele in realtà non aveva ancora voglia di fare quel passo, e così, a distanza di due anni da quando aveva deciso di acquistare una casa, Michele era ancora lì che girava.
Finché un giorno, la vide.
La villetta si trovava appena fuori città: entrarono da un cancello arrugginito dal quale accedettero ad piccolo ma grazioso patio. La casa era lì, di fronte a lui, i muri verde acido scrostati, le imposte di legno scuro accostate come occhi chiusi e dormienti, su un lato una quercia che aveva tutta l’aria di essere millenaria che allungava le sue braccia nodose ricoprendo il tetto rossiccio con le sue fronde rigogliose.
Michele si avvicinò alla porta, che era di legno intagliato e come ipnotizzato allungò la mano verso la maniglia, ma prima ancora che la sfiorasse la porta si aprì cigolando e lui entrò, seguito dall’agente immobiliare, che continuava a snocciolare informazioni sulla casa che lui non sentiva, perché nel momento in cui era entrato tra quelle mura le sue tempie avevano iniziato a pulsare freneticamente, mentre il battito del suo cuore accelerava: ed una sensazione mai provata si era fatta strada dentro di lui. Sentiva che quelle mura erano parte di lui e che lui stesso, la sua anima, ma anche il suo corpo, tutto era inestricabilmente intrecciato con quei mattoni scrostati.
La decisione fu istantanea: Michele acquistò la casa, e nonostante i lavori di ristrutturazione da eseguire fossero molti, ci si trasferì quasi subito.
E poiché aveva deciso che i lavori li avrebbe eseguiti lui stesso, Michele iniziò a lavorare senza sosta, febbrilmente, senza mai risparmiarsi.
Al mattino andava a lavorare nella piccola azienda di famiglia, ma la sua testa era sempre lì.
Ernesto e Monica, i genitori di Michele, che insieme a lui gestivano l’azienda di famiglia inizialmente furono molto contenti dell’acquisto della casa. Michele sembrava così entusiasta mentre raccontava loro i progressi nei lavori, dicendogli che li avrebbe invitati solo quando i lavori sarebbero finiti e la casa fosse stata perfetta.
Con il passare dei mesi, tuttavia, i due coniugi, iniziarono a sentirsi un po’ allarmati: il figlio sembrava cambiato.. sembrava sempre più cupo, chiuso in se stesso, estraniato dal mondo; il suo volto aveva iniziato ad avere un aspetto pallido ed emaciato, ed era dimagrito.
I suoi discorsi ormai vertevano solo su preventivi di materiali edili e lavorazioni e questo quando parlava, perché per la verità non è che fosse molto loquace. Inoltre i preventivi di spesa per i lavori di ristrutturazione stavano raggiungendo cifre da capogiro, poiché Michele per la sua casa, aveva iniziato ad acquistare i materiali più costosi esistenti, e sembrava non essere mai contento: ad ogni acquisto effettuato nei giorni successivi Michele trovava sempre del legno, delle piastrelle, dei materiali, ancora più pregiati e costosi, e così i materiali finivano per restare lì progressivamente accatastati mentre i debiti di Michele aumentavano e il suo conto corrente si assottigliava sempre più.
Ernesto e Monica, peraltro, non erano ancora riusciti a vedere la casa, perché il figlio accampava scuse sempre diverse ma continuava sistematicamente a rimandare il loro invito.
Condivisero la loro preoccupazione con Maria, la migliore amica di Michele che lo conosceva fin dall’infanzia, la quale confermò le loro impressioni, dicendo di essere anche lei molto preoccupata per l’amico
Finché una sera Ernesto e Monica decisero di andare da Michele: il figlio, ormai da un mese, non si presentava a lavoro e non rispondeva al telefono.
E così i due, l’indirizzo appuntato su un foglietto spiegazzato, salirono in macchina per recarsi dal ragazzo. Avevano deciso di proporre a Michele di fare un viaggio in Giappone. Avrebbero pagato loro, purché il figlio uscisse da quella casa che sembrava sempre più averlo reso prigioniero. E così si avviarono.
Solo che non arrivarono mai a destinazione: perché, cosa che nessuno riuscì mai a spiegare, mentre procedevano sulla strada ad un certo punto Ernesto aveva perso il controllo dell’auto, e sterzando bruscamente aveva sbattuto con violenza contro il guardrail, rompendolo mentre l’auto sbandava e precipitava nel vuoto.
Con la morte di suo padre e sua madre Michele aveva ereditato l’azienda di famiglia: triste e addolorato decise che l’avrebbe portata avanti e fatta fiorire per onorare la memoria dei suoi genitori.
Decise inoltre, di disfarsi della casa: perché ora che aveva ricominciato ad uscire tutti i giorni per recarsi a lavoro qualcosa dentro di lui si era improvvisamente risvegliata. Non sapeva perché, ma si rendeva conto che l’acquisto di quell’immobile aveva provocato nella sua vita solo scompiglio.
Anche Maria l’aveva spronato a vendere la casa, e a riprendere a viaggiare, a tornare, insomma, a vivere.
Michele le aveva promesso che lo avrebbe fatto, ma lei era molto preoccupata.
E Michele, affinché lei stesse tranquilla, le diede il suo ciondolo, quello che aveva trovato in Guatemala tanti anni prima e che era un po’ diventato il suo portafortuna.
Le disse che glielo avrebbe restituito solo quando la casa fosse stata venduta e lei, sapendo quanto ci tenesse, si tranquillizzò.
E così una mattina Michele si svegliò presto, deciso a mettere in atto il suo proposito: si vestì di tutto punto e giunto al centro del salotto, sentendosi forse un po’ sciocco, iniziò a parlare alla casa. Sentiva che doveva farlo.. perché in fondo quelle mura erano parte di lui.
Parlava con trasporto e mentre lo faceva non si rese conto che tutto intorno a lui aveva iniziato a girare vorticosamente. Un tonfo enorme e poi il buio.
Nessuno lo vide mai più.
Maria, che non era mai stata a casa di Michele, dopo qualche giorno prese coraggio e si recò all’indirizzo dove lui risultava abitare.
A quell’indirizzo tuttavia non c’era niente: solo un campo incolto, sormontato da una grande quercia nodosa”.
Ed una valigia verde acido, con delle strane iscrizioni.


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