LibEreria

Ultima chiamata, per le Arti, alla Rivoluzione.

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Ultima chiamata, per le Arti, alla Rivoluzione.

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Sala Lettura – Maggio 2020

Espressionismo a perdere.

L’anonimo frastuono dei motori ha lasciato la strada sotto il mio balcone

fumo dietro alla tenda ingiallita ho gettato spugna guanti ed ambizioni

mi resta quel poco di pragmatica lealtà, il fondo di qualche bottiglia

il lavandino sporco mucchi di piatti da lavare

i vestiti lanciati dove capita le tue mutande sopra al comodino

la passerella su cui sfoggiavi il tuo sadico entusiasmo

piume di strass e foglie morte artiglieria pesante

mangiavamo piombo in cambio di sterili proteste

nel grigio della nebbia velenosa perdevamo ogni promessa

la porta a vetri finita in pezzi strisciate di sangue alle pareti

offese gridate in faccia fino a farci bruciare la gola

mancanze rinfacciate relazioni penitenze momentanee

le mie maledizioni scivolavano sulla tua esperienza da attrice consumata

le tue euforie sconsiderate depressioni da due soldi

per quanto io insistessi mi sopportavi a malapena per amore di te stessa.

Eppure eri bellissima, cazzo.

Eri bellissima.

Dal piccolo terrazzino, dove mi siedo ora, per pensare di non pensare, vedo dei piccoli quadratini luminosi, credo siano finestre, mi piace credere che dietro ci sia una parvenza di umiltà del vivere.

Non riconosco, e sono grata alla stanchezza, quello che fino a ieri credevo, non ci faccio più caso… Orologi, tempo, ticchettio, solo immaginazione.

Ringrazio il Nulla, che si fa grande e silenzioso, e porgo la mia guancia, per un piccolo bacio a fior di labbra.

Sento il rumore del treno che corre su un binario sconosciuto, e questo peso sulle spalle, dev’essere la mia Vita che porto ovunque, finché potrò vedere ancora l’alba di una magica luna, nascosta tra i riflessi di un mare d’argento.

Ho attraversato molte esistenze, che ora di me son parte, non m’importa la direzione, m’importa solo che a questo cielo appartenga.

Galleggio nella quiete mormorante

di culle marine

e ascolto

reminiscenze di fondali

come echi dall’abisso

o

scricchiolamenti di stelle

come interstizi di immenso

nelle volte celesti

così

sopra quel nastro azzurro

chiudo il cerchio con l’universo.

Con lo spirito in manette

e la vitalità in gabbia

non posso fare altro che attendere

la fine di quest’ipocrisia

mentre il resto della natura

resta fuori a fiorire ancora

incurante di qualsiasi malattia.

Mi lascio dietro ogni affanno,

non ho bisogno di rincorrere nulla,

neanche me stesso.

Mi basta l’aria.

Sorrido senza un motivo.

Sto in pace,

senza costruzioni mentali.

Vivo per mostrar luce.

Vivo per benedire il vento.

Pensieri che accarezzano il giorno

Le parole disegnano abbracci:

Uno sguardo

oltre l’orizzonte.

L’orologio va avanti,

scandisce il silenzio.

Rintocchi.

Il mio si è fermato

Era il giorno in cui ho incontrato i tuoi occhi.

Dondolavamo,

Cullati dalle onde,

stropicciati dal sonno.

Il vento sfoglia

Un libro,

All’orizzonte: Terra!

L’alba delle foglie cadute non sente il bisogno di lancette.

Un orologio fermo dice che il tempo è matematica applicata allo scorrere eterno.

Il giorno non esiste grazie al calendario.

È possibile misurare con esattezza (è conveniente esigere?) l’altezza dell’onda o la forza con cui s’infrange sullo scoglio?

Oggi tu dici di me la pelle, la carne, i nervi accavallati sulle giunture, il fiume di sangue che scorre in silenzio. Le labbra aperte sui denti come un sipario scoprono d’essere il sorriso.

Mi chiedi se ho paura del buio.

Perché dovrei aver paura di mio fratello?

In lui ho trovato la strada, in lui ho ritrovato la parola, lui, sempre lui mi ha dato la luce del non sapermi riconoscere.

Cambia lo sguardo, spingilo oltre, il vecchio lascialo a ieri, smetti di guardarti i piedi, loro dicono d’essere il tuo passo, ma mentono.

Vogliono essere attori, riprendi la scena che cercano di rubare.

Forse non sono ancora nato, forse nascerò davvero quando il mondo intero mi dirà scomparso.

Dici che è cosa triste.

Non guardare più i piedi.

Ti ho già detto che mentono.

Questa voce presa in prestito dalle corde vocali trova il suo nido nel gomitolo dei ricordi.

Lì riposa, lì rinasce, mentre un orologio fermo dice che in realtà, io, non sarò mai davvero passato.

Come raccontare

il sogno che mi cattura

quando le tue labbra

come la risacca del mare

riempiono il mio orecchio

con il suono

del tuo respiro

 

Come trasmettere

quel brivido che mi abita

se le tue braccia

modellano la mia schiena

mentre le mani

percorrono la mia vita

 

Gli occhi socchiusi

sorridenti di quella luce

e quelle increspature

che crei nel punto in cui

la palpebra bacia il suo letto

mentre in me

avviene l’alba

 

I raggi di un nuovo sole

si sprigionano dai miei occhi

illuminando le nostre vite

e mostrandoci la meta

 

La direzione è giusta

non lasciarmi la mano

Di ragione si muore,

il confine crea l’oltre,

la pazzia non conosce maestro,

ogni muro è una sfida,

i numeri mentono sempre,

il torto è degli innamorati,

la morte è più plausibile della vita,

l’arte è un segreto,

gli altri parlano e solo tu ascolti,

non esistono porte che si chiudono,

i figli sono un furto al futuro,

le madri nascono più dei figli,

i padri muoiono,

tutto questo non esiste ma tu ci sei,

tutto questo è falso ma non è vero,

dell’amore non parlo lo faccio:

l’amore non conosce maestro,

il maestro ha scritto tutto questo,

il maestro è pazzo e

sta facendo l’amore.

L’ho tenuta dentro di me

per incalcolabile tempo.

Sentivo i suoi battiti

scandire i confini del vuoto.

Ancora non respirava

ma era viva.

Di notte

irrequieta, mi provocava dolori,

proprio qui,

all’altezza del cuore.

Ci mettevo la mano sopra

per scaldare le sue paure.

A volte,

saliva in testa

a scombinare sinapsi

e ricollegare connessioni.

Fino al momento tanto atteso.

Ho sentito l’esplosione

e la frammentazione di un sogno

mentre mi dipingeva dentro di rosso.

Ho sentito i dolori

e le contrazioni

di qualcosa che correva verso la luce

ma non voleva abbandonarmi.

L’ho aiutata a desiderare la Vita.

Staccarsi dal grembo

e venire alla luce.

Mi è nata tra le mani

una Poesia.

La guardavo piangendo

nascendo nuova in un sorriso,

e non avevo dubbi;

volevo darle il tuo Nome.

È vero

Il luogo siamo noi

Insieme

Ovunque.

Ma c’è un luogo,

Fuori da noi,

Testimone di un momento

Che ha visto le nostre ciglia

Imprigionare uno sguardo

E i respiri

Accompagnare i battiti del cuore.

Ha visto

Una parte di noi

Prendere il volo

Più leggera dell’aria.

Un luogo qualunque,

Comunissimi sassi e fili d’erba

Ai miei occhi

Il nostro luogo

Per sempre.

Avevo dieci anni, ginocchia sempre sbucciate, capelli arruffati e testa piena di sogni.

Divoravo libri, allora come adesso adoravo la sensazione della carta sotto i miei polpastrelli, e viaggiare con  la mente, ed essere ogni volta un personaggio diverso.

Avevo un diario, dove annotavo tutte le mie fantasie, i miei pensieri e piccole poesie…

Ed il mio primo vero libro, un quadernetto sgualcito dove con impegno e costanza avevo scritto di pugno la mia prima storia, “La storia di Pilli”, alla quale avevo aggiunto anche dei disegni.

E poi arrivò il mio compleanno.

L’immagine di quella giornata è lì, fissata nella mia testa e, cosa ancor più importante, nel mio cuore.

Perché per ognuno di noi ci sono quei ricordi più importanti degli altri.

Quelli che restano li, a sedimentare tra le trame del cuore, quelli che, già mentre li stai vivendo, sai bene che lasceranno il segno.

Piccoli pezzi di vita, giorni, ore, a volte solo istanti, ma pregni di significati e talmente importanti da fissare per sempre le tracce di quella che sarà la geografia del nostro cuore.

E fu, come sempre, giostra di emozioni: la torta fatta in casa da mia madre, e le zuffe con i miei fratelli e l’attesa, e poi, poi mio padre, le mani ruvide di lavoro duro, che posa davanti a me un grande pacco.

Un’Olivetti lettera 35.

Mi sembrava perfetta… non era solo una macchina per scrivere, per me.

Era una macchina per sognare.

E subito presi a riversare su quei tasti tutti quei mondi fantastici che da sempre avevo dentro.

Mi sedevo davanti alla macchina per sognare, aprivo il coperchio ed ogni volta era come aprire una porticina sul mio mondo interiore, ed ecco che personaggi fantastici e luoghi mai visti mi sbocciavano dentro e le mie dita si muovevano sulla tastiera e in quei momenti sentivo che tutto era possibile.

Potevo essere chi volevo e creare mondi incredibili.

Ero un demiurgo, e dalle mie mani che si muovevano sui tasti nascevano personaggi e mi sentivo felice e appagata.

Credo sia stato quello il momento in cui dentro di me decisi che avrei scritto sempre, perché scrivere mi rendeva felice.

E gli anni sono passati, tutto intorno a me è cambiato, e sono cambiata anch’io.

Anche se in fondo io quella bambina che sognava seduta davanti alla sua lettera 35, ce l’ho ancora dentro.

E mio padre, col suo conservare sempre tutto, qualche tempo fa è riuscito a sorprendermi, ed anche ad emozionarmi.

Lui ha tenuto tutto.

I miei diari con le poesie, e “La storia di Pilli”, e anche la macchina dei sogni.

 

Qualche tempo fa me li ha restituiti.

Lo ha fatto in momenti diversi, e senza troppe cerimonie… con la sua semplicità amorevole e priva di fronzoli.

Ti sei reso conto, papà, di ciò che hai fatto per me?

Mi hai ri regalato le mie fantasie infantili.

Mi hai ri regalato la mia Olivetti lettera 35.

Tu, il custode della mia infanzia.

Finalmente ho capito perché si chiamano

sogni nel cassetto.

Perché il cassetto andrebbe tenuto ben chiuso,

magari a chiave.

E la chiave ben custodita,

magari in fondo a un lago.

Ci sono sogni che devono rimanere tali,

per sempre.

Invece no,

Io mi ostino ad aprire e chiudere

quel dannato cassetto,

dove dentro ci sei tu e il tuo ricordo

che non mi abbandonano mai,

ricordandomi che sognare, a volte,

può fare anche tanto male.

Scatta il semaforo, la strada era in discesa, prima, seconda metto la terza davanti a me una macchina grigio argento. Per istinto l’occhio va proprio lì sulla marca, azz! È una Maserati, è raro vederne e veramente vi confesso che questa è la prima che incrocio con lo sguardo. Wow! Che sorpresa, nella frazione di un tempo brevissimo penso che l’ospite al suo interno sia una persona altolocata, o per meglio dire uno che je fumano i cojoni, sono sicuro che non è una donna, con il massimo rispetto per le donne, il mio fiuto fiuta che lì dentro al sicuro c’è un uomo.

 

Rapidamente me lo immagino come un flash, ha i capelli brizzolati, ben vestito, dai gesti sicuri e decisi, camicia ben stirata, un uomo tutto d’un pezzo che non sbaglia mai. Lo sguardo senza esitazioni perforante, schiena dritta, ogni sua parola detta è un fendente. Io, chissà perché, lo vedo ingegnere, uno dalle decisioni importanti, certo magari in vita sua qualche sbaglio lo ha fatto e forse neanche lo avrà ammesso, nessuno è perfetto, lo sappiamo. Comunque potrei pure sbagliare e dentro quell’auto ci sarà chissà chi.

 

Ora lo sorpasso nella speranza di rincrociarlo al prossimo semaforo per scoprire nuovi indizi, invece mi sbaglio. La Maserati svolta a destra e prende un’altra strada, dell’ingegnere presunto ignoro il destino ma di sicuro, se invece della Maserati fosse stata una berlinetta, sarebbe stato lo stesso. Vorrei riflettere, ma a che servirebbe? Sappiamo tutti come sono le cose della vita, anzi no, lo sappiamo ma poi le perdiamo di vista presi troppo dal caos terreno. In questo momento di sicuro l’ingegnere sceso dalla Maserati che se era una berlinetta sarebbe stata la stessa cosa, farà un’altra vita in un luogo ai più ignoto.

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