LibEreria

Ultima chiamata, per le Arti, alla Rivoluzione.

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Sala Lettura – Luglio 2023

Sei una poesia.

La più bella che ho scritto.

Ho consumato i fonemi

a furia di canticchiarla.

La memoria ha fatto posto

al suo suono.

Dovrò diventare sorda

e muta restare di fronte a te

per dimenticarti.

Sei una poesia.

La più bella che ho scritto.

Meglio non fare troppe domande, meglio non chiedere, perché a certe cose non ci sono risposte che possano consolare il cuore.

Il cuore sanguina, è una sua caratteristica, deve prendersi carico di spingere tutta quella quantità del prezioso liquido rosso, senza fermarsi mai un attimo, perché possa spingerlo a nutrire ogni parte della nostra vita, ogni pensiero.

È una grande fatica, non potersi mai fermare.

Ma lui non si arrende, non lo fa mai prima della fine.

Intanto i pensieri, a volte, si stancano di fare il tifo per lui e decidono che potrebbe anche fermarsi, che può bastare, che non vale la pena continuare la corsa.

Ma lui, ostinato, innamorato della vita, non sente nessuno e continua.

Dovremmo aiutarlo, anche quando siamo stanchi, anche quando ci fa male tutto, non possiamo mica abbandonarlo, costringerlo a portare avanti da solo tutto questo lavoro.

A volte, se la mente lo aiuta, lui si sente molto più forte, gli sembra che tutto abbia un senso, un motivo valido.

E se guardi bene, il motivo c’è sempre, anche se non nel presente, verrà qualcosa che ti renderà felice, tra un giorno, tra un mese, chissà.

La mia vita più bella è accaduta dopo la mia scampata morte, perché l’ho guardata in faccia e ho capito che lei ha più paura di me.

Così l’ho abbracciata e le ho detto: “ci vediamo più in là” e lei non si è sentita più sola.

Mi hanno raccontato che esistono ombre che si nutrono di paura. Che vivono di notte, viaggiando di bosco in bosco, da una dimensione all’altra.
Forse volevano spaventarmi.
Ma io non sono mai stata come gli altri bambini, non ho mai avuto paura del buio.
Del buio in sé, intendo.
Crescendo mi sono accorta che l’idea di quelle “ombre” è rimasta cesellata nei miei respiri, mentre il pensiero cosciente s’intrecciava con le percezioni dell’oltre, provavo forte l’attrazione per loro, come se da esse dipendesse l’inquietudine che mi muove, la pace che non trovo.
Come se, prendendomi, potessero liberarmi.
E quando sono stata libera di scegliere, ho scelto esattamente questa casa, emblema dei miei  spasmi. Isolata, abbracciata ai quattro lati dall’anima oscura della natura, tra assenza e incombenza, tra la voce che non tace mai il suo scorrere e il buio che avvolge: un cimitero, le montagne, un ruscello e il bosco.
Il bosco delle mie ombre.
 
Fa freddo stasera, più del solito. Gironzolo per casa, inquieta, facendo “cose”. La tv urla parole senza senso, visto che non l’ascolto, mentre nel cervello il sussurro del rettangolo nero della finestra chiama come un canto di sirena. Mi affaccio, di nuovo, scrutando il vuoto. Emana scintillio. Quel sorriso malizioso di luna rende luminescente la neve, facendo risaltare ancora di più il varco oscuro tra gli alberi.
“Vieni a dormire” miagola il mio gatto. Infine mi decido, sono le due passate, infilo il cappotto sopra il vestitino che uso per andare a letto, gli stivali ed esco. 
Il silenzio è totale, a parte il cricchiare della neve ghiacciata. Respiro aria gelida lasciando uscire con il fiato il desiderio di svanire. E poi lo vedo, immobile, lama in mano. Mi fermo. Lui aspetta. Aspetta me.
Mi basta un attimo per intuire, finalmente. Tremo, so che lo percepisce, ma non voglio cedere. 
– Dimmi, perché vuoi la mia anima? – sputo dando un tono al tono.
– Non sono io a volerla, se tu che te ne vuoi disfare – sibila.
Sbalordita riconosco la voce che risuona nelle mie voglie fin da bambina. Faccio qualche domanda ancora, solo per sentire il miele velenoso carezzare il mio udito. So che non aspettavo altro che liberarmi di me, e acconsento, senza comprendere pienamente a cosa.
Fischia nell’aria la lama e si confonde con il suono che la sua gola emette -ahiiiiiiiiiish-, sembra uno stridio, un urlo che annega i miei timpani stupefatti. Non so che significa, non capisco, ma comprendo. 
Nel movimento che mescola il metallo alla mia carne vedo il riflesso delle stelle e poi il buio dell’universo, mentre sento la testa d’improvviso leggera. Volo verso terra,  a rallentatore, sorridendo dell’avverarsi del mio sogno di liberazione. 
Il freddo del ghiaccio e un calore liquido mi accarezzano, ma non muoio, non ancora.  Alzo lo sguardo verso lui, che di nuovo immobile mi fissa guardando lontano. Perplessa, delusa sento quella che era la mia voce vibrare nell’aria.
– La tua lama ha fallito, io sono viva –
Ma poi le parole si fanno rumore, oscillazioni, linee nell’aria, mentre mi intima di tacere.

Ti ho riconosciuto

prima ancora di conoscerti

in un tempo lontano

d’infanzia ancora intatta

di giochi e di risa

di gioia non violata.

In mille volti ti ho cercato

in un tempo senza fine

senza trovare risposte

alla mia irrequietezza

 

Caparbiamente ho atteso il tuo arrivo

ogni giorno

con ostinata certezza

del tuo divenire realtà

 

Il tempo passava

ferite profonde ci venivano inferte

dolori e amarezze

laceravano l’anima

ma nulla poteva osteggiare

ciò che il mio cuore attendeva

 

Eccoti

mi sei davanti

mi sei intorno

mi sei dentro

 

L’anima ti riconosce al primo sguardo

anche se vesti una pesante corazza

non puoi celarti ai miei occhi

non puoi nasconderti a me

che sono te

 

E inizia la danza

di anime

di corpi

di cuore

di dolori passati

che mostriamo all’altro noi stesso

con candore,

di fughe improvvise.

 

Spaventati dal troppo

ci facciamo del male

per guarirci.

 

Per tornare anime pure

al quel candore del primo sguardo

e ancor di più,

a quell’attimo

senza tempo e spazio

in cui ci eravamo divisi.

Questo fragile

ed imperfetto incedere

passi silenziosi d’anima

in cerca della Vita

 

sei Confine

 

                    – Terra di Mezzo –

 

l’ultima lingua d’inchiostro

che si è appena staccata

dalla parola fine

che coincide

col punto di una stilla già nata

– sollevando la penna dal foglio –

che cadendo

libera il mio passo bianco

ancora acerbo

 

Nella tua generosità

ritrovo l’orizzonte

 

la bussola nelle mie mani invece

è soggetta alle leggi della fisica

 

Per questo l’ho abbandonata

mentre da te

non staccavo mai lo sguardo

 

Lo so

non sono mai stata sola

sotto il cielo che muore

 

Adesso però

mi faccio spazio

tra le incrinature della mia memoria

per vedere oltre

il vetro appannato dal mio respiro.

 

Mi affaccio

tra le lucide asperità

di due lenti rotte

 

Voglio inventare ogni modo possibile

di guardarti

 

Mi hai sussurrato

che sono qui per mescolarmi con l’aria

e diffondermi

ed io

obbedisco all’unica legge che conosco

 

e mentre il fuoco sale

e non sa finire

 

Nel mio cuore

appena venuto al mondo

Respiro il tuo ritmo.

Siano benedette le contraddizioni

il non sapere nulla

la voglia di farsi domande

la fiducia cieca.

L’ostinazione, nell’agenda degli altri

compare alla voce “impossibile”.

Ma io credo sia tutta

una potenziale magia

una forma divina creata

dalle accurate visioni.

Nuoto
tra le onde.
Il vortice
dell’acqua
mi travolge. 
Il sole 
si specchia
sulla superficie 
e rimanda 
nei miei occhi 
la sua luce. 
La schiuma 
accarezza 
la mia pelle 
per poi dissolversi 
e dare spazio 
a zampilli 
che come pesci 
saltano 
disegnando cerchi 
di vita. 
Mi immergo 
in questo 
azzurro intenso 
che colora 
i miei pensieri 
e lascia 
la mente 
libera 
di navigare. 

È quando vedi il mare e non lo vedi

È quando i fatti del mondo appaiono

come piante grasse sui davanzali

Statici e silenziosi

 

È come se ogni paura converge nel punto di desiderio più alto

 

È come quando, guardando i piedi del monte

Gli vedi la vetta

 

È come se sapessi che lì

Lassù

Vi è un dolce rifugio

Dove abbandonare la pelle fuori dalla porta

Ed entrare solo col cuore

 

Ecco, i piedi del monte

Rendono il mio cuore un bambino davanti ad una vetrina di giochi prima che apra il negozio

 

Il tempo che passa è tanto lento

Ma la gioia di entrare

aiuta a sopportare questa lentezza

 

Cos’è questo monte

se non un giocattolino

davanti al mio desiderio più alto.

Ogni secolo è alla fine e le canzoni che contano

finiscono assieme alle ciliegie o alle primavere

 

Il libro che ho tra le mani non è di carta

il libro che mi gira tra le mani mi ha per le mani

 

I cassetti si sfiniscono ogni tanto

con un messaggio ignorato che ci mette a cercare

 

Se la memoria passa al cuore si colora

se il ricordo ti trasloca in testa si addolora

 

Io sarò sempre giovane ferocemente

alla faccia schifosa dei vecchi che si sono rinnegati

 

Leggimi al contrario di come vuoi

e ridammi il nome di ogni cosa sottratta

 

Su questo pianeta io ho quattro mani

perché devo scrivere con le orecchie tappate

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