LibEreria

Ultima chiamata, per le Arti, alla Rivoluzione.

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Ultima chiamata, per le Arti, alla Rivoluzione.

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Sala lettura – gennaio 2022

Bendata e asciutta
Sotto le unghie il sangue
La sabbia sporcata
Degli assurdi sassi
Sminuzzati
E ricostruiti
La sabbia disgregata
Delle orme dei tuoi nonni
Il vento le forma
Le trasforma
Le spazza via
Ritorna
Colorale le tue unghie
Spezzate di vergogna
Non tua
Di chi ti guarda
Sprezzante e insulso
Dei tuoi sogni il rosso
Il verde e il viola
Le note interrotte
I suoni lontani
Nascosti dai fischi del treno
Arriva
Lima via quel colore scrostato
Rifatti le unghie
Angelo nero
Cancella il passato
Il profumo del mondo
Che scompare
Il tuo sogno
Che si ripete
La cura dei tuoi occhi
La vedi?
La stanza dai mille lampioni
I cuccioli piangono
E tu
Soccorri quel bozzolo
Annerito
Rifatti le unghie
Dai
Fata del sentiero
E del sotterraneo
Volo

Qui comincia il foglio
Qui comincia la poesia
Qui comincia la vita
Che nella poesia
Sul foglio
Si dice

Non esiste il foglio ma guardalo
Non mente la poesia ma trovala
Ha altre forme la vita ma credile

Adesso hai trovato la fonte avventurosa
Dove si beve scomodi e divertiti
Un pezzo di tempo è passato non qui

Qui finisce la poesia
Qui finisce il foglio
La vita continua
E la poesia dice che questo
È detto fuori dal foglio

Era proprio davanti a me
con quei suoi gelidi occhi
lo sguardo malvagio
a creare un’inquietudine
mai conosciuta prima

Attraversavo l’inferno
la sua casa
costruita da lui stesso
per punire le sue creature
e nascondere le sue paure

All’improvviso mi resi conto
che immerso in quella malvagità
c’era tanto sgomento
da rendere quel mostro
quasi umano

Ci guardava seduto
infliggere ai più deboli
le peggiori torture
e si sentiva buono
non sarebbe mai arrivato
a tanto orrore

Mi domandò il motivo del mio passaggio
in quel luogo angosciante
risposi che ero in cerca del Poeta
torna a casa mi disse
è già lì ad aspettarti

E l’angelo ribelle
si gettò di nuovo tra le fiamme
alle quali l’umanità
lo aveva condannato
per ripararsi dalle tenebre

Non c’è posto qui
tra le macerie
per chi non si dà tregua
cercando di spegnere
anche i piccoli fuochi.
Il legno vuole bruciare
e godersi
il lento suo affievolirsi
fino a sgretolarsi.
Vuole vivere e morire
vuole essere albero
e cenere.
Vuole sussurrare qualcosa mentre
soffia il vento tra il suo fogliame,
vuole raggelarsi
nell’aria immobile.
Parlerà quando il fulmine
lo colpirà.
Poi
nel suo silenzio di cenere
continuerà a sussurrare
A chi pur tremando
non si opporrà
al grigio svolazzare
e al suo lavare via
ogni dolore.

La civiltà del ritmo
danza sulle punte
il ballo dell’immobilità.
Spirale desiderio
insolito
insoluto
indebito
l’odor di nebbia
morale dubbia
precipitando cresce.
Lei è canto del ferro
ancora,
io fabbro della sua passione:
cadenza onirica
dettata dalla veglia.
Civiltà del ritmo:
i treni non passano più,
vapore estinto
l’acqua ai deserti
alla mia sete il deserto,
avanzo fermo
fermo avanzo,
sono ritmo senza civiltà.

All’angolo del divano
stringendo ‘me’,
teniamo lunghe conversazioni.
Com’era la mia vita
prima che fosse davvero mia.
Perché non mi trovavo
e cercandomi
m’ero persa di nuovo.
Da poco
la mia interezza
m’ha colpito così forte
da diventare frammentata.
Lo spazio assaporando la mia essenza
fece posto al mio nuovo esistere.
Mi resi conto di brillare
ebbi timore di bruciare superfici
dove poggiavo mani
dove sfioravo volti.
Trattenni dentro l’eterno
mischiandomi con la folla
sentendo la gravità
evitando la collisione.
Leggero il mio passar fra tanti
non essendo nessuna
ma unica,
come una foglia irripetibile.


Sono un giullare
sempre vestito a festa
con il sorriso disegnato sul volto
e il dolore scolpito nel cuore.
Perennemente in bilico,
come un funambolo,
tra l’abisso più nero e profondo
e il cielo più luminoso e stellato.
Nel mio equilibrio instabile
nel mio ordine disordinato
alla ricerca di risposte che
non hanno domande
sperando, sognando e amando.
Sempre per sempre.

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