LibEreria

Ultima chiamata, per le Arti, alla Rivoluzione.

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Ultima chiamata, per le Arti, alla Rivoluzione.

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Sala Lettura – Febbraio 2023

Sono quel risveglio che non ti fa più dormire, quel germe che si moltiplica in te e che affonda le sue radici nel tuo sguardo, in ogni tua azione, in ogni respiro.

Dopo avermi ricevuto non potrai più ignorarmi perché userai un po’ dei miei occhi per ascoltare il vento.

Imprigionati nelle sbarre dei nostri pensieri, dove tutto è luce riflessa da un piccolo specchio che vive sul fondo dell’anima.

La creatività è la chiave di quelle sbarre e la tengo riposta in te con il mio lato artistico, certa che ne avrai cura.

Certa che ne avrai.

Cura.

E sarà bello camminare insieme spingendo un po’ più in là i confini della mente.

La meta è ancora invisibile, nascosta da una nebbia sempre più fitta che un giorno svanirà.

E tutto sarà chiaro.

E non saremo arrivati.

Muore il sogno ed io con lui

nel buio di questi tempi

una parte di me svanisce nel vuoto

mentre il pianto spegne il fuoco.

 

I bei riflessi di ieri

che partoriscon le speranze di domani

rapiti e sottratti dalla luce del sole

dall‘infame pesantezza dell’oggi

che ripudia i suoi padri e la lor prole.

 

E come quegli alberi in fiore

a cui la pazzia del tempo

distrugge il frutto di tanto loro amore,

le illuminate menti sono

lasciate fuori al freddo

congelate sole a bruciar di dolore.

 

A chi un giorno immaginerà questa età

voglio parlargli del mondo

come un palazzo di vetro abitato da alcuni

e fuori dalle sue porte

molti stanno in un giardino deserto

ove liberamente va a caccia la morte.

 

Tuttavia non posso dire qual sia peggior sorte

poiché chi dalla falce fugge

ha si caro il suo respiro,

mentre tra coloro che stanno in loco ameno

quelli che di maggior vitae ebbero dono

ne farebbero spesso volentieri a meno-

 

Muta verità, che stai oltre le stelle

che la ragione distingue offuscata a stento,

tu sola sai quando sarà quel momento

in cui il nostro cielo e le sue nubi

si vestiranno di mare e di rubino

a solenne saluto del sole che s’eclissa.

 

Quando questo sarà,

-mentre starò consumando i miei ultimi istanti-

muta verità, rendimene conto

così che fiducioso nel sol sorgituro

possa salutarlo tutt’uno col tramonto.

È un male inguaribile tacere
quando il volume del caos dentro di te
ha raggiunto il picco.
Tacere.
Caos.
La pausa tra le due parole, 
è mossa.
L’onda tradisce la quiete.
La tempesta respira pesantemente
ma la folla è distratta.
Negli scambi di sorrisi di convenienza
mi presento, assente.
 
– come stai?
– non so più rispondere a questa domanda.
 
È un male inguaribile tacere
e per fortuna che parlo con gli occhi.
Ascolto con le mani
e quasi mai si sbagliano
mentre scrivono.
 
Tacere per me è impossibile.
D’inverno
Sento la notte 
Calda e senza luce 
E terra distante 
Pensieri come sassi
Pesano 
Lunatiche nuvole 
Mi passano sopra 
Sono vento d’estate 
Leggera 
Cuori volanti
Disegnano sorrisi
Innamorami
Tempo 
Perso
Di futuri imprevisti 
Inventerò soli 
Passaggi di passato
Del tempo
che corre
e non si stanca.
Di anima
che come un fiore
cerca il sole
per cibarsi
di vita.
Di libertà 
per attraversare 
l’infinito 
e vedere solo
il confine
fra cielo e terra.
Di amore
per spargere
i suoi semi
sulla terra bagnata
dei miei giorni.
SETE DI TE.
Quando non ci sei,
quando ci sei.
Dei miei occhi
che ho lasciato
su di te.
Delle tue labbra
che tracciano
le mie.
SETE DI NOI.
Che siamo illuminati 
dalla luna
e splendiamo
in un abbraccio. 

È questo che abbiamo,
solo brevi e fugaci momenti.

Un raggio di sole
ci coglie,
un soffio di vento
ci scioglie in un
brivido.

Un unico bacio
d’amore
ci sceglie
e annebbia la mente .

Gli uccelli al mattino
col loro tintinnio,
canti amorevoli.

Solo brevi e fugaci momenti,

un richiamo lontano
che si avvicina

l’onda del mare
che sbatte
e ci risucchia

un battito di ciglia
che ci guarda
e ci profonda

Un fiume impetuoso
o un timido ruscello
ci insegnano
che indietro
non si torna.

Luna rotonda
in alto nel cielo
insegnami
a diventare grande
e poi di nuovo piccola
e poi ancora piena

È questo ciclo che abbiamo.

“Colsi

 tra macerie infinite

il tuo cuore smarrito”

 

Così cominciò la nostra storia, Karl era un ragazzo di origine tedesca che avevo conosciuto all’università e il suo cuore era in frantumi anche se a vederlo nessuno lo avrebbe detto! A me però aveva aperto il suo cuore. Non aveva nessuno lui, o quasi.  Molto piccolo era rimasto orfano ma io, io ero il suo tutto e lui era la mia vita. Quante avventure abbiamo vissuto insieme! In sei anni abbiamo fatto più viaggi di quanti altri ne fanno in una vita intera! Studiavamo archeologia e i pomeriggi passati a studiare assieme tra libri e carezze erano meravigliosi! Per non parlare poi delle notti insonni prima degli esami tra un caffè e una tisana e le risate quando ci guardavamo e sembravamo dei pazzi disperati coi capelli tutti scombinati e una matita in bocca mentre gesticolavamo simulando il discorso d’esame. Lui viveva solo e spesso per studiare dato che frequentavamo lo stesso corso ero da lui ma era ben accolto a casa mia, era un ragazzo per bene, un grande lavoratore. Per pagarsi gli studi lavorava in un bar mentre io potevo dormire sogni felici avendo una famiglia che mi sosteneva anche se cercavo di darmi da fare come potevo dando ripetizioni in qualsiasi materia.  Sembrava forte lui, coi suoi muscoli prestanti ma aveva le sue fragilità, quanti pianti assieme in Germania alla scoperta delle sue origini! Aveva un solo zio ma non voleva vederlo perché gli ricordava il padre, che assurdità! Secondo me invece lo riteneva responsabile dell’incidente in cui persero la vita i suoi mentre lo accompagnavano ad un compleanno; sì perché poneva enfasi sempre su questo ma non lo ammetteva. Karl non era stupido ma non volli mai parlargli di questa mia convinzione, aveva passato tutta l’ infanzia a tormentarsi su questo! Se la Germania era un posto triste per noi di certo non lo era l’ Egitto, no, lì la nostra adrenalina saliva ai massimi livelli e solo calpestare quel suolo creava in noi un crescendo di emozioni infinite. Quante scoperte archeologiche abbiamo fatto, eravamo davvero felici! Fu proprio in un’ occasione di quelle che tra le risa di gioia di una scoperta lui si fece improvvisamente serio e mi chiese di diventare ufficialmente la sua fidanzata. Eravamo entrambi inginocchiati e pieni di polvere sabbiosa, stavamo ripulendo un reperto e lì lui tirò fuori un anellino fatto di fil di ferro e maestrevolmente intrecciato da lui. Lo conservo ancora come il bene più prezioso che io abbia. Ero al settimo cielo, per noi era come una promessa di matrimonio solo che non avendo ancora i mezzi necessari e studiando non potevamo sposarci subito ma ci bastava esserci l’uno per l’altra. Eravamo così simili, così legati, così amalgamati che a me sembrava di essere la sua anima e lui la mia, come se io fossi me ma fossi anche Karl e viceversa! Lo so, forse sembra assurdo ma noi eravamo davvero così, pensavamo le stesse cose, rispondevamo alla gente allo stesso modo pur non trovandoci assieme, completavamo le stesse frasi e agivamo allo stesso modo. Per me era stato amore a prima vista anche se non volevo ammetterlo nel mio orgoglio. Lo vidi quella mattina fuori dall’università e pensai che era davvero bello e poi lo ritrovai al mio corso e non potevo non guardarlo e lui se ne accorse e mi fece un sorriso. Quanto mi imbarazzai! Poi un giorno arrivai tardi a lezione e l’unico posto vuoto era vicino a lui, che coincidenza, erano mesi che bramavo sedermi accanto a lui almeno per una volta! Se avessi saputo avrei tardato molto prima! Quel giorno non mi era suonata la sveglia. Da allora iniziammo a parlare e scoppiavamo sempre a ridere perché nello stesso momento ci dicevamo insieme le stesse cose e insomma da cosa nasce cosa. Ci vedemmo fuori per degli appunti e fu subito amore, la scintilla era già scattata quel primo giorno al primo sguardo. Mi piace ricordare i momenti insieme ma ora mi fa anche tanto male, nel cuore della notte li tiro fuori tutti insieme dallo scrigno segreto del mio cuore e mi pare di rivederlo , riviverlo, mi fanno piacere e mi tormentano ma pure io voglio ricordare, non vorrei mai perdere la sua immagine. Ho una foto sul mio comodino, noi abbracciati sotto una quercia. Ci piaceva tanto stare in campagna dai miei nonni. Karl suonava la chitarra ed era festa quando nelle miti sere davanti alla luce di un fuocherello tenue in giardino cantavamo mentre lui suonava. Lui era così perfetto che non riesco a trovare un difetto. Penserete che lo stia idealizzando troppo ma non è così, per me anche le sue fragilità erano un pregio e lo rendevano così tenero, indifeso e mi faceva sentire importante, utile direi perché potevo essere la sua spalla forte. Era tutto bello, tutto romantico, tutto avventura tra noi, anche semplicemente mangiarci un gelato diventava un momento speciale se eravamo assieme. Erano così grossi quei gelati, la nostra testa poi aveva più gusto e appetito dello stomaco, sceglievamo tre gusti con panna e poi dopo le prime leccatine non ci andava più e cominciava a scolare ed era un’impresa non sporcarsi, che ridere quando la gente ci osservava e poi eravamo costretti a correre alla fontanella più vicina! Ma tutto è finito, tutto e io odio quel momento, quell’anno, il 2020! Tremo scrivendo, è la prima volta che provo a raccontare quello che ho dentro. Quell’ anno Karl si ammalò. Al bar erano arrivati dei turisti e lui stava lavorando senza sosta per permetterci un matrimonio in futuro, il lavoro era sempre tanto ma a me non faceva mancare mai il suo tempo. Quella sera del 20 marzo 2020 mi telefonò dicendo che non si sentiva bene ed era meglio se non ci vedevamo perché aveva un brutto presentimento. Si era diffuso da poco il covid in Italia e ancora non sapevamo come muoverci, come gestire la cosa noi italiani. Lui avendo avuto clienti da fuori cominciò a pensare che tra loro ci fosse qualche ammalato e di essersi infettato. Voleva proteggermi e non voleva ci vedessimo, si chiuse in casa. Io cercai di smontare quell’idea, bramavo vederlo di persona e non solo in videochiamata ma lui non lo permise nella sua saggezza. Dopo poco mi convinsi anch’io che stesse molto male, fingeva di star bene ma era così sciupato! Svenne a telefono. Mi cadde il mondo addosso in un solo istante. Avevo una paura matta. Chiamai i soccorsi indirizzandoli a casa sua come probabile caso covid e per un po’ non ebbi sue notizie. Le ore non trascorrevano mai, ero triste, angosciata. Questo virus mi spaventava terribilmente, si sentivano solo cose brutte e io ero inerme. Arrivò poi una telefonata dall’ospedale confermando il caso covid. Si era risvegliato e aveva dato il mio numero. Mi fu chiesto di portargli dei pigiami e il suo cellulare ma io non dovevo entrare in ospedale, non potevo vederlo, un’ infermiere avrebbe ritirato il tutto fuori l’ospedale. Con le giuste precauzioni entrai in casa sua e oh quanti pianti! Cercavo poi di convincermi che non era la fine, lui era giovane, era forte, ce l’avrebbe fatta! Volevo stare a telefono con lui tutto il giorno ma non era possibile, una sola volta ci era concessa la videochiamata e lui era provato ma cercava  di farmi ridere. Ebbe poi una mancanza respiratoria e lo intubarono. Potete capire l’ansia che provavo? Sicuramente molti potranno perché i decessi sono stati a miriadi in quel periodo e per quanto si sforzassero neanche i medici avevano capito cosa avevano di fronte. Io non ce la facevo più a stare senza lui, senza poterlo sentire e con il terrore ogni volta che squillava il telefono che fosse l’ospedale per darmi una cattiva notizia. Non sapevo in che sperare, bramavo ci fosse un vaccino ma era troppo presto per dirlo e comunque sarebbe stato tardi ormai per lui. Una notte, in preda alla disperazione e coraggio nel contempo mi recai in ospedale, entrai  e cercai di raggiungere il reparto per varie vie, mi bloccarono ma io comincia ad urlare: “Datemi una tuta, voglio vederlo!” Mi chiesero di zittirmi per non svegliare i pazienti non riuscendomi a portare fuori. Anche i medici erano stanchi e provati, alcuni sembravano così tristi davanti a tanto dolore. Mi diedero una tuta e una dolce infermiera tutta imbacuccata come me mi condusse davanti ad un vetro. Lei varcò quel vetro e portò lì il lettino col mio Karl. Lui mi vide e fece subito segno di voler staccare l’ossigeno. Glielo concessero. Si alzò per me, con fatica, era così debole ma le sue ultime forze le raccolse per me. Venne davanti a quel vetro e pose le sue mani sulle mie. “Ti amo, sei proprio matta se sei qui” mi disse felice e gli risposi che ero pazza di lui. Mi disse tante cose belle e poi cominciò a fare un discorso strano, dovevo prendermi cura di me stessa, non dovevo soffrire per lui e cose simili. Non riusciva più a respirare bene e sottilmente mi disse: “Lasciami andare Dany, sarò nel vento!” eravamo in lacrime, ci stringemmo a quel vetro, cercando un bacio ancora. Volevo abbracciarlo ma non mi fu permesso di entrare, avevo la tuta, io volevo sentirlo ancora una volta tra le mie braccia ma niente. Fu aiutato a salire sul lettino, gli rimisero l’ossigeno e lo portarono via mentre alzava la sua flebile mano per salutarmi. Quella notte morì ed io bramo ancora quell’ultimo abbraccio. È stata molto dura e forse lo è ancora. Versai tutte le lacrime che potevo, non mangiavo, volevo morire, volevo prendermi anch’io il covid. Cosa ne era di lui ora? Un sacco nero! Sì, un sacco nero buttato tra gli altri in ospedale, mi tormentava quella immagine che avevo visto in TV.  Lui meritava una degna sepoltura e invece c’era il nulla davanti a me. Mi dissero che avrebbero cremato il suo corpo e mi avrebbero dato le sue ceneri ma non era possibile partecipare alla cremazione. Ma cosa me ne facevo io delle ceneri? Io volevo il suo corpo, volevo vegliare su di lui, baciarlo, stringerlo, piangerlo vedendolo ma niente, non era possibile! Fuori pioveva e lo scrosciare continuo della pioggia sui vetri delle finestre imitava i battiti del mio cuore agitato. Era buio e nella disperazione più totale presi la macchina. Non indossai mascherina né presi ombrello e corsi con l’auto fermandomi poi in una campagna, era uno spazio aperto dove c’era un solo albero. Le goccioline di pioggia sul finestrino sembravano le mie lacrime che scorrevano inesorabili. Uscii dall’ auto non curante dell’acquazzone che bagnava il mio corpo e caddi volutamente in ginocchio e allora lì lanciai un urlo così forte che non pensavo neanche io di poter avere tanta voce. Fu liberatorio in qualche modo. All’improvviso un forte vento, come un tocco mi fece cadere sulla testa il cappuccio della felpa che indossavo. Mi voltai alzandomi spaventata e ricordai le sue parole: “Sarò nel vento” ma io sapevo che non poteva essere vero e affranta tornai a casa ma il dubbio di quel tocco nel vento è sempre con me. Che dire, non voglio annoiarvi, sapete com’è il dolore e quanto può essere impertinente la gente in queste circostanze. “Sei giovane, non eravate sposati, devi andare avanti, farti una vita …” Ma che ne sanno loro di quel dolore? Sembra tutto facile! Non li sopportavo, mi davano i nervi certi discorsi, ma quale vita avrei potuto farmi se io la mia vita l’avevo persa con lui? Era lui la mia vita e io non volevo e non potevo andare oltre. Se io ero lui e lui era me allora anch’io ero morta. E fu così per diverso tempo, non riuscii neanche a continuare gli studi e mancava davvero poco. Ero arrabbiata col mondo e avevo perso la mia dolcezza. Regalavo sorrisi finti a tutti quelli che volevano consolarmi e non facevano altro che urtarmi e della loro compassione non sapevo che farmene. Ebbi poi le sue ceneri e strinsi quel barattolo a me sentendomi così impotente e sciocca. Mi diedero anche il suo orologio e il suo cellulare in una bustina ben chiusa. Non ebbi il coraggio di aprire quella busta, mi faceva troppo male. Lo vedevo ovunque, sentivo la sua voce e mi svegliavo di soprassalto quando riuscivo ad addormentarmi. Anche nei miei sogni era presente e mi innervosivo se non lo sognavo perché io volevo vederlo almeno nell’immaginazione e pensavo, pensavo del continuo a lui, volevo proprio tormentarmi, quasi potessi tenerlo ancora con me, quasi avessi paura di dimenticare e non mi rendevo conto che l’indimenticabile non potrà mai essere dimenticato. Mi sembrava ingiusto vivere tranquillamente se lui non poteva e in qualche modo mi stavo facendo del male consapevolmente perché lui non esisteva più e anch’io non volevo esistere. Trascorsi due anni così. Poi trovai una mattina quel sacchetto coi suoi effetti personali ed ebbi una voglia matta di aprirlo. Presi il suo cellulare e mi sembrava di sentire la sua mano che lo teneva, lo collegai alla presa accendendolo e si aprì sulla schermata che lui aveva lasciato, le note personali e cominciai a leggere: “Dany, io ti amo e ti amerò per sempre, sei stata il meglio che mi sia capitato, hai reso migliore la mia vita ed io non so come ringraziarti. Io sto andando via, lo sento ma voglio che tu sia felice, sarò sempre con te, nel tuo cuore, nei tuoi ricordi, lo so, ma tu devi vivere. Finisci gli studi e fai grandi scoperte anche per me, un giorno forse me le racconterai. Vivi perché se tu vivi io vivrò in te. So che starai male, anche io avrei fatto così o peggio, già immagino e so che avrai bisogno di sfogarti per questo se tu lo vorrai io sarò nel vento. Immaginarmi lì sarà più dolce. Curati, sei bella, infinitamente bella e se vorrai sposarti un giorno è giusto così, io ci sarò sempre, ti amo” Non c’era un punto e so che lui lo avrebbe messo, era pignolo su queste cose quindi probabilmente se ne era andato prima di terminare e io sono stata il suo ultimo pensiero e so già che lui sarà il mio. Da quel momento è cambiato tutto e ho realizzato che per due anni trascurandomi ho ammazzato anche lui ma ora non è più così. La speranza è entrata in me, ho indossato il suo orologio, ho preso le sue ceneri e mi sono recata in quella campagna dove lanciai quel forte urlo. Guarda caso c’era un dolce vento primaverile, mi misi seduta su una collinetta e presi a respirare come non mai. Sapevo che nella realtà lui non poteva essere nel vento ma a noi piaceva pensare così e mi aveva regalato la speranza ed una valvola di sfogo. Gli parlai come fosse lì e poi presi le sue ceneri, le dispersi per aria e lasciai che il vento le trasportasse  e dissi: “Ora sarai nel vento amore!” Chiusi gli occhi assaporando la dolcezza di quella leggera brezza e poi decisi di tornare a quella sua casa. Per due anni avevo continuato a pagare l’affitto senza mai entrarci ma ora ero pronta. Che emozione fu! Non vi nego che lacrimavo e sorridevo nel contempo, come una pazza. Era tutto in ordine come aveva lasciato lui, sul divano c’era il libro che non aveva terminato di leggere e mi sembrava di rivivere i momenti assieme ad ogni angolo. Aprii il suo armadio, c’era il suo profumo ovunque, come mi piaceva! Mi accorsi che c’era una grande scatola bianca a cuori rossi e l’aprii. Vi trovai un orsacchiotto con un cuore che riportava la scritta “ti amo” , una chiavetta usb e un biglietto. Lo aprii subito, diceva così: “ Buon compleanno 2020 amore mio, ho preparato con anticipo il regalo per te quest’anno dato che poi gli esami potevano tenermi legato per parecchio. Nella chiavetta troverai un video.

Ti amo,

 sempre tuo Karl.

Non lo avevo visto prima e forse sul cellulare mi avrebbe scritto di questa sua sorpresa. Lui morì in pochi giorni, il 2 aprile 2020 e il mio compleanno sarebbe stato il 19 maggio ma quell’ anno ovviamente non c’era niente da festeggiare. Io ho trovato la sorpresa ad aprile di quest’anno, il 2022. Accesi il suo computer e guardai quel video stringendo l’orsacchiotto come una bimba, c’erano tutte le nostre foto, i ricordi e infine un video dove c’era lui stesso che mi parlava ed ebbi i brividi a risentire quella voce dolce e profonda, quanto lo amo ancora! E ora siamo a settembre ed io sono qui, ora vivo a casa sua, ho ripreso gli studi e farò ancora tanti viaggi allo scoperta dell’antico e lui vivrà nel mio ricordo per sempre, finché sarà nel mio cuore sarà al sicuro. Ho trovato il coraggio di aprire il mio cuore scrivendo per dare una speranza a quanti hanno vissuto e vivono questa sofferenza come me, i nostri cari non li dimenticheremo di certo e il nostro dolore forse non sarà abbastanza lenito ma vivete, sì, vivete perché vivendo terrete vivi in voi i vostri cari! Amatevi perché loro lo avrebbero voluto e custodite gelosamente il loro affetto in voi. Ed è a voi che va la mia compassione, il mio rispetto, la mia più profonda pietas.

Dello specchietto che vi rincuora e vi appesta di bontà.

Delle vostre credibili facce grigie e voci opache.

Dello scatto in più che la vostra paura non fa mai.

Della parola della nudità che da millenni non vi commuove.

Della parola per altri che a voi stessi negate.

Dell’ascolto da voi svergognato nel precipizio.

Del bagno senza amnistia nel vostro stesso rumore.

Degli elenchi di cose per sporcarvi il silenzio.

Di voi a pezzi in dotazione ancora in garanzia.

Dei vostri occhi senza fame svenduti come nuovi.

Del posticino all’ombra in cambio della vista.

Del sole che vi cerca e non vi trova.

Della guerra non fatta che ogni giorno vi brucia.

Della pace che quella volta non avete saputo essere.

Della grande costruzione che non può contare sulle vostre braccia.

Del vostro grandioso dover essere e del luminoso come si fa.

Delle bandierine della vostra domenica rinnegate il lunedì.

Delle vostre bandierine della domenica insanguinate il sabato.

Di tutti i vostri giorni brucati e bruciati.

Della vertigine del vostro male fuori mercato.

Di voi così tanto io.

E della mia lingua ferita che non si trova.

E della mia lingua avvelenata che non vi arriva.

E della mia lingua cattiva che non può stare con voi.

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