LibEreria

Ultima chiamata, per le Arti, alla Rivoluzione.

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Ultima chiamata, per le Arti, alla Rivoluzione.

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Sala lettura – febbraio 2021


Tinino: –(falsamente umile) Perdoni, signor avvocato… mi potrebbe spiegare come si formano le nuvole?
Zummo – (c.s.) Come si formano le nuvole? Ma… mi volete corbellare?
Piccirilli – (accorato) No, signor avvocato, non ci permetteremmo mai!
Zummo – E vorrei vedere!!!
Piccirilli – Il fatto è che siamo povera gente, poco istruita…
Mararosa – …e quando, l’altro giorno, nostro figlio Tinino ci fece questa domanda…
Piccirilli – …restammo un po’ impacciati e facemmo un po’ di confusione.
Zummo – (più quieto) E va bene! Ma che c’entra questo con il fatto degli spiriti?
Tinino: – Niente, certo. Ma a Vossignoria ci dispiace se me lo spiega?
Zummo – (rassegnato) Ci mancava pure questa, per farmi perdere altro tempo. E va bene!… Voi sapete che la Terra, è composta perlopiù di acqua: mari, laghi, fiumi… Quando c’è molto caldo, come da noi adesso, l’acqua tende a evaporare. Poi, quando il vapore, salendo, raggiunge livelli più freddi, si condensa e forma le nuvole. Un po’ come quando si scalda l’acqua nella pentola e ci si mette il coperchio: l’acqua evapora, il vapore raggiunge il coperchio più freddo, si condensa e ridiventa acqua.
Tinino: – Sì. Però io il vapore della pentola lo vedo mentre quello che forma le nuvole no. Non solo, in più sul coperchio della pentola non vedo nessuna nuvola, solo acqua vedo.
Zummo – (riaccalorandosi) Ma mi volete far scimunire?… Che? Vorrebbe vedere le nuvole sul coperchio?
Piccirilli – (intervenendo per placarlo) Tinino, lascia stare va! Così fai stizzire il signor avvocato.
Mararosa – (anche lei accomodante ma allusiva) La risolvi un’altra volta la faccenda delle nuvole. Forse il signor avvocato ha bisogno d’informarsi, d’approfondire…
Zummo – (stizzito) Ma quale informarsi!… (si alza per congedarli) Signori, io debbo andare… sono atteso.
Tinino: –(parando l’intenzione) Un momento, signor avvocato, un momento… facciamo presto. (rivolgendosi ai suoi) Papà, mammà, per favore! Non v’impicciate, che facciamo prima. (a Zummo, che rimane in piedi) Dunque, Vossignoria dice che l’acqua evapora. Lasciamo stare il fatto della pentola. Quello l’ho capito. Ma vogliamo stabilire, intanto, che il vapore non si vede e le nuvole, invece, sì?
Zummo – (non comprendendo dove vuole arrivare) Certamente!
Tinino: – E noi, pure chi non s’è mai posta la questione, non ci meravigliamo del fatto che le nuvole prima non ci sono e, poi, appaiono, come se venissero dal nulla, non vedendosi il vapore…
Zummo – (divertito) O bella! Stai a vedere che adesso dovremmo avere paura delle nuvole!
Tinino: – No, signor avvocato, e chi dice questo?
Zummo – E allora?
Tinino: – No, volevo dire… è stato sempre così?… Mi spiego. Questo fatto del vapore che forma le nuvole, andando indietro nei secoli, c’è stato un momento che s’è scoperto mentre, un momento prima, non si conosceva ancora, giusto?… C’è stato?
Zummo – (di nuovo incuriosito) Certamente!
Tinino: – Ora, io dico, quando ancora non s’era scoperto, come spiegavano gli antichi l’apparizione e la sparizione delle nuvole?
Zummo – (ora è tutto chiaro, la solita ignoranza!) Ma che c’entra! A quei tempi si credeva agli Dei, che ce ne fosse uno per ogni cosa che succedeva. Per esempio, credevano in Zeus, Giove per i latini, che quando s’adirava per qualche motivo, provocava i tuoni, i fulmini e i temporali e che, quindi, era tutta opera sua. E non solo! Era, Nettuno, Apollo…
Mararosa – (non riuscendo più a trattenersi, allibita) Addirittura! Vossignoria mi deve scusare ma mi pare troppo esagerato, non lo credo possibile!
Zummo – (con fermezza) Questa è storia, signora!
Mararosa – (ferma, pure lei) Ma no! Qualcosa la sapevo pure io, sul fatto che gli antichi, ignoranti, credevano a questi dei. Quello che mi pare impossibile è che credevano che lo facesse Giove e, invece, era colpa di un pollo.
Zummo – (allibito) Signora, ma che sta impiastricciando?
Mararosa – Io? Vossignoria l’ha detto, signor avvocato!
Zummo – (accalorandosi) Ma che ho detto? Mi vuole corbellare?
Mararosa – Scusi, signor avvocato, non l’ha appena detto Vossignoria ch’era nessuno, ch’era un pollo?
Zummo – (c.s.) Io? Ma voi delirate… mi perdoni signora, ma quando è troppo è troppo. Io avrei detto… (comprendendo l’equivoco e ridendoci sopra) Ah! Ora capisco… no, signora, io ho semplicemente fatto i nomi di alcuni Dei che si credevano a quei tempi: Era, la moglie di Zeus, quella che diventava Giunone, moglie di Giove, per i latini; Nettuno, il dio del mare; Apollo, il dio del Sole… e così via.
Mararosa – (impacciata, mortificata dall’errore) Gliel’avevo detto che mi pareva impossibile!
Piccirilli – (a disagio) Mararò, ma che figura mi fai fare????
Tinino: – Zitta mammà, che fuori ci fai buttare!!! La scusi, signor avvocato… volevo dire, ripigliando il discorso, che quelli, gli antichi, non potendo vedere il vapore che creava le nuvole, se li spiegavano con la faccenda degli Dei. Ora, noi, tornando al motivo che ci ha spinto a venire qua, da Vossignoria…
Piccirilli – (riprendendo coraggio) Spinto? Sparati come una palla di cannone, signor avvocato.
Tinino: – …non potendo vedere perché la seggiola si mette a far le capriole per la stanza; cos’è che fa volare un portaspilli sulla faccia di mio padre; perché l’armadio a specchio si mette a scricchiolare e a tremar tutto; perché il mio porta-pillole, scomparso misteriosamente, riappare schizzando al soffitto e cascando per terra, ammaccato… non credendo negli Dei degli antichi, l’unica spiegazione che ci possiamo dare è quella della presenza degli spiriti. Senza contare le risate, che non si vedevano ma si sentivano.
Mararosa – Risate!
Piccirilli – Risate, signor avvocato. E questo è tutto. (orgoglioso, a Tinino) Bravo Tinino, e se domani l’avvocato ha bisogno di un aiuto…
Zummo – (ironico) …m’affido alle nuvole e agli spiriti di vostro figlio Tinino! Ma mi faccia il piacere!


Abbiamo sbloccato
lucchetti
usando la stessa
chiave
Per scoprire che non c’erano porte chiuse, anzi, non esistevano le porte o lucchetti.
Ma esistono le chiavi.
Le briciole si sono trasformate in
Domanda:
La forma è cambiata dicendosi inesistente?
Risposta:
(Spazio vuoto destinato alla libera interpretazione)
Domanda:
Il non esistere è una forma variata dell’esistenza?
Risposta:
Silenzio.
Accapo.
Domanda:
Da dove siamo partiti?
Risposta:
Dal dividere in parti.
Oggi piove o piove un oggi che per storiche convinzioni domani chiamerò “ieri”?
Ho creato ieri, (ma ieri era oggi e l’altro ieri lo chiamavo domani quindi dirò “in quel momento”) un cerchio con gli angoli.
Sì, un cerchio ha i suoi angoli, solo che, guardandolo come mi avevano detto di guardarlo non li avevo visti.
Poi ho cambiato angolazione, e li ho scoperti.
E se in un dato momento (dato da chi a chi?) perdessi la penna?
Scriverei in una forma non visibile ma ugualmente esistente.
Domanda:
Cosa abbiamo fatto?
Risposta:
La risposta è una domanda senza il punto interrogativo.
Ma non te lo dicono.
Sarebbe pericoloso, per loro.
NVS201 di Alessandro Mazzà
Prepara l’esperienza che non te ne aggiungerà
mettici l’accoglienza e la paura cosmica della novità
mettici il lievito sbagliato salutare della partecipazione
mettici la passione che ti sporca la passione
mettici un pizzico di olio irriverenza per l’impenetrabile
mettici il tuo goccio di sale divergenza per ogni cosa ordinabile
mettici la parola coltello che riconosce e restituisce cose in maneggiabili frammenti
mettici la vincente povera attesa degli eventi
mettici la fame più dozzinale che ti scopri proprio giù in fondo
mettici la tua specie e la varietà velenosa del mondo
mettici la carta straccia di tutte le ricette
mettici ciò che l’esperienza non ci mette
accendi il fuoco

Prepara l’esperienza che non te ne aggiungerà
mettici l’accoglienza e la paura cosmica della novità
mettici il lievito sbagliato salutare della partecipazione
mettici la passione che ti sporca la passione
mettici un pizzico di olio irriverenza per l’impenetrabile
mettici il tuo goccio di sale divergenza per ogni cosa ordinabile
mettici la parola coltello che riconosce e restituisce cose in maneggiabili frammenti
mettici la vincente povera attesa degli eventi
mettici la fame più dozzinale che ti scopri proprio giù in fondo
mettici la tua specie e la varietà velenosa del mondo
mettici la carta straccia di tutte le ricette
mettici ciò che l’esperienza non ci mette
accendi il fuoco

Togli le scarpe
i bracciali
gli inutili orpelli

vestiti di poesia
che è sangue
e anima

su rocce appuntite
fai scorrere l’inchiostro
getta nel mare
i tuoi pensieri
e tieni per te soltanto
le parole

Sperimenta
togli
non aggiungere
bevi il succo della vita

Concentra il senso
ogni verso
farà il rumore
di uno sparo

Tuffati tra le onde
altissime
prova la paura
prova lo sgomento

Poi fai un sorriso
benvenuto
fuori
dalla pagina

Questo è il senso

È a quest’ora della sera
guidando la mia solitudine
che raccolgo
il colore di una vita
e mi trascorre un pensiero
vestito di sogno o memoria:
è tutto lì
messo al suo posto
mentre si muove
il gioco universale,
la mia piccola vita,
una musica amica
e quest’ora della sera:
tutto ciò che mi appartiene.

La tua Luce È
Rivelata al tuo cuore
quando le tue braccia si fanno Radura:
manifestazione del tuo Amore.
GLI OCCHI di Mariagrazia De Trane
È passato un altro sole
un vecchio amore,
un batticuore
di una stagione.
La mente dorme su quei giorni,
quei dolci ricordi
di quelle stelle cadenti,
quelle piogge abbattenti
che ci univano di più.
E quell’amore veglia ancora sull’asfalto
quel giorno matto
quell’inverno caldo
quelle luci colorate,
amareggiate.
Sono gli occhi di una volta,
i ladri della mia nuova anima
i ladri del mio cuore.
È il profumo di quella volta.
la gioia colossale,
basta farci male.
È l’amore di quella volta,
l’eternità di questa vita.

È passato un altro sole
un vecchio amore,
un batticuore
di una stagione.
La mente dorme su quei giorni,
quei dolci ricordi
di quelle stelle cadenti,
quelle piogge abbattenti
che ci univano di più.
E quell’amore veglia ancora sull’asfalto
quel giorno matto
quell’inverno caldo
quelle luci colorate,
amareggiate.
Sono gli occhi di una volta,
i ladri della mia nuova anima
i ladri del mio cuore.
È il profumo di quella volta.
la gioia colossale,
basta farci male.
È l’amore di quella volta,
l’eternità di questa vita.

Diverse,
disperse,
cercate,
trovate,
ritrovate.
Strette,
invidiate,
imitate,
tenute,
amate,
confortate.

Pietre magiche,
gocce d’acqua.

Specchi languidi,
riccioli morbidi.

Piedi, mani,
labbra dolci.

Mare,
isole,
e aria
e sole.

Lontano.

SORRIDERE di Marta Bandi
Lo sento
La voragine
Si sta aprendo
Sono
Costretta ad aggrapparmi
Le unghie si spezzano
L’argilla si sgretola
Non ho la forza
Quasi precipito…
Poi ti vedo
Sorridere
E mi salvi.

Lo sento
La voragine
Si sta aprendo
Sono
Costretta ad aggrapparmi
Le unghie si spezzano
L’argilla si sgretola
Non ho la forza
Quasi precipito…
Poi ti vedo
Sorridere
E mi salvi.


Mi guarda
Nuda
E mi fa sognare, mille fantasie fantasticano nella mia mente
Mi guarda
Nuda
E io sento un brivido dentro
Mi guarda
Nuda
E comincio a
Baciarla, toccarla, a
Fare l’amore con lei
Mi guarda
Nuda
E io mi accorgo che
Non potrò mai fare
A meno di lei.

Sono nato.
Sono morto.
Sono rinato.
Questo inizio è sbagliato.
Sono nato
e ho vissuto
ma senza di te
non sarei stato.
Posso usare la parola mancanza:
non basta.
Posso usare la parola figlio:
direi troppo poco.
Sono nato
dai tuoi occhi
e dai tuoi sogni.
Sono nato, sei nato
tanti anni fa.
Oggi il tempo si è fermato.
Ho l’urgenza di ricordare
mi hanno messo al mondo
i tuoi abbracci
le tue azioni

oggi voglio rinascere
guardandoti danzare.
La musica deve continuare.
Che il ballo sia infinito:
preghiamo.

Pomeriggio incerto

      sul divano del tempo.   
      Mi investe il tuo ricordo   
      a cavalcioni dei sogni   
      e dei miei pensieri muti.   
      Avanza a sirene spente e lampeggianti accesi.   

      Fitte di dolore.   
      Frantumi di vita.   
      Squarci di te.   

      Ho voglia di mescolare   
      i colori sulla tavolozza.   
      Ho voglia di stravolgere   
      l’ordine prestabilito.   
      E come per magia   
      con un colpo di pennello    
      una determinazione nuova   
      brilla nei tuoi occhi.   

      Forza, dai, spingi più forte   
      fendi la superficie   
      torna a galla   
      poni fine alla lunga immersione.   
      Distendi il pugno   
      rilassa le nocche bianche   
      per confinare la paura   
      allenta la presa   
      e lascia che il palloncino spicchi il volo.   
      Lascia che sbocci qualche fiore selvatico   
      tra le crepe e le spaccature della tua terra   
      e prenditene cura.   
      Lascia che la puntina ritrovi il solco   
      fai ripartire la musica   
      abbandonati alla tua danza   
      e inciampa in un nuovo sorriso.   

Rimasto dentro,
ormai
da un giorno che più non ricordo
quel tiepido senso
di incompletezza.
Come se la me bambina
si fosse un tempo aggrappata
al bordo del mio divenire:
i piedini penzolanti,
le scarpette lucide lucide
le manine pallide strette sulla balaustra.
Ed i polsi… quelli, tremano.
Resto un ingranaggio inceppato,
Nel meccanismo che regola
Gli equilibri del mondo…
Un filo tirato
tra le trame
di una coperta patchwork.
Alla fine sono questo,
e lo so.
Forse una macchia di inchiostro
su un foglio bianco,
un granello di polvere
o ancora, una piuma che fluttua
leggera nel vento.
E questo alla fine
è ciò che continuo a ripetere
a tutte le me…
tutte quelle che conosco,
ovviamente.

Suonare all’unisono
con il lamentar adagio del pianoforte.
Il mio cuore teneva
lo scandir del tempo,
leggendo una partitura ingiallita
da tempo sofferente di solitudine
dentro il cassettino centrale
della scrivania in legno di ciliegio.
M’è grande, infinitamente grande,
il vuoto che ulula irrequieto
questa melodia è giunta alla fine.
Rimane l’eco
dolce sussurro flebile
un Sentire perpetuo
che fa di me
una corda che vibra
un tasto che echeggia
perché la musica non va,
ti vive dentro

Questo inchiostro cangiante

che mi segue strisciando,

come fosse perennemente

in agguato, in silenzioso

comportarsi copia i miei passi.

S’allunga, si stira, sguscia

tra pali e ruvidi muri;

s’acquatta, si ritira, svanisce

tra siepi e crepe profonde.

All’ombra basta la più flebile

luce per destarsi,

e io non posso camminare
con passo sicuro
nell’ora più buia senza più
d’una luna nel cielo.
Credo resterò ancora per poco
qui, tra i miei pensieri e uno
spettatore nero e taciturno:
presto torneremo a casa,
e tra pareti color pece
ci annulleremo
insieme nel sonno.

Perduto in cieli tersi
Ho trovato il colore dei tuoi occhi
Li ho colorati di me
Cercando di nascondere
Il buio della notte
Separa l’alba che unisce
I nostri giorni regalati di maggio
Non cercare risposte sicure
Alle incertezze del rosso dei tramonti
Guida le parole su sentieri rigorosi
Che l’albero lo sa dove lasciare messaggi
Ti aiuteranno a ricordare
Cammino piano ora
Ho scarpe d’inverno
E un cappello di note
Di una musica in testa
Ti incontrerò rincorrendo
Pensieri
Lascia una luce
Che possa trovare

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