LibEreria

Ultima chiamata, per le Arti, alla Rivoluzione.

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Ultima chiamata, per le Arti, alla Rivoluzione.

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Sala Lettura – Dicembre 2017

La signora dai capelli rossi ti vende la morte con il sorriso

Il contadino ti vende la vita col volto accigliato

Entrambi sono pienamente consapevoli dell’ingiustizia che commettono

Entrambi non la pronunciano per tentare di dissimulare

Ma dalle loro vite trapela smarrimento

Hanno stretto un patto tra di loro

Mai ammettere, mai confessare

Così le loro nefandezze se le chiuderanno nella tomba

La bontà d’animo è un difetto da queste parti, tuo dovere adeguarti

devi farlo per il tuo carnefice

devi farlo per sopravvivere alla vita

Per curare ferite dell’ascolto di sé

ti aggrappi a case a perdite a identità

utili all’esercizio della memoria

rinuncia e ti darò la lingua

 

Questo è salita con cui crescere

questo è triste facile discesa

 

C’è un luogo piccolo per dire

tempi infiniti genera l’ascolto

qualcosa sempre è là fuori

da desiderare

 

Le grandi cose cambiano solo grandi cose

le piccole sono le madri

 

Poesia è repertorio

di sentenze impotenti

tu prendile e fanne qualcosa

Ora che il tempo è fermo correndo.

Ora che il mare è triste ridendo.

Ora che posso pianger pensieri.

Ora che oggi già si fa ieri.

 

Lacrime e gocce,

sorrisi e passioni,

il tempo scorre tra mille illusioni;

alberi e rocce,

riso e tristezza,

timida approda una carezza.

 

Il tempo è andato, tutto è trascorso,

fragile e inutile il vecchio rimorso.

“Serena giornata, sole che bruci

di illusa speranza noi fragili luci.”

Ho

così tanto fumo addosso

e dentro di me

e negl’occhi

e intorno

da non vedere altro che

fumo

ed ha mani,

questo fumo,

che chiudono e soffocano

che stringono e toccano

che… inghiottono… tutto

Il tuo fiato

la tua bocca

il sapore delle tue labbra

le mie dita

sulla trama di pliche

in sottili circumnavigazioni

di sensazioni

che rincorro cieca

in sogni

di fumo

Il cielo

non era mai stato

così triste e ombrato

né saturo di questa coltre

grigia e fitta

di inquietudini

e stanche premesse

come ora

e, la morsa al cuore,

mai… così stretta…

Eppure sono sempre stato un lavoratore instancabile, nemmeno un giorno di malattia anche se forse il merito è del mio eccezionale sistema immunitario. Come descrivermi? Preciso, discreto, meticoloso, attento, mai chiesto nulla o portato lamentele, in tutti questi anni di onorato servizio ho solo pulito senza tregua, non risparmiando gli angoli più nascosti, anzi dando loro la priorità. In realtà, credimi, è difficile trovare chi come me nel lavoro mette l’anima. Faticavo tutta la notte per rincasare al mattino, non riesco a star fermo è proprio la mia indole, sono un tipo nervoso anche nei movimenti e chi m’incontra lo nota immediatamente. Ma sono sempre stato così, ci sono nato, e l’istinto non si può reprimere con successo. Nemmeno tu puoi farlo, ed è per questo che stai sorridendo. Però una cosa devo ammetterla: in quella casa non mancava cibo di ottima qualità, certo sono di bocca buona io, e potevi ingozzarti fino a scoppiare e ti assicuro che nemmeno in questo mi sono risparmiato. Che mangiate. Comunque, sto divagando. In quegli anni abitavo in una casa modesta, umida e umile praticamente attaccata al posto di lavoro, fattore che mi consentiva di sapere in ogni momento se ero solo oppure se il capo era nei paraggi. Purtroppo non avevamo mai avuto un rapporto amichevole io e lui, anzi in più di un’occasione era stato chiaro nel farmi capire in maniera a dir poco diretta che in realtà non mi voleva tra i piedi. Non apprezzava il mio contributo, mi trattava come un intruso, come una bestia. Così decisi di farmi vedere il meno possibile mentre con una cura maniacale tenevo pulita la sua immensa abitazione, non volevo infastidirlo e nemmeno perdere l’opportunità che questo lavoro mi forniva di “portare a casa la pagnotta”, come diceva lui. Ma per cambiare vita bastano trentasei secondi. Trentasei secondi fa mi trovavo tra il letto e il comodino, stavo per andare a riposare dopo aver lavorato tutta la notte. So che sono passati trentasei secondi perché ho sempre avuto un senso del tempo preciso, quasi un sentore, di sicuro una dote innata. Probabilmente mi stava aspettando, anzi ne sono sicuro. Un agguato. Ho visto la luce all’ultimo momento per una frazione di secondo (fidati se dico che è stata una frazione di secondo, ricordi il mio senso del tempo?), un colpo secco e mi sono ritrovato a pancia in su incapace di controllare i movimenti. Tremavo, tutto il corpo tremava e non riuscivo a fermarlo mentre lui rideva esultando. Voglio solo tornare a casa. – Ora ti annego – dice, io grido di lasciarmi stare ma sembra non sentirmi. Poi buio. Ho ricordi frammentati, acqua fredda, rumore, l’ultimo pezzo di pane, casa mia, cerco di aggrapparmi ma cado, sbatto dappertutto. Buio. Mi sveglio ancora a pancia in su, per fortuna sto galleggiando. O sono morto o sono salvo. Quel maledetto alla fine mi ha beccato. Inizio a nuotare, la direzione non mi interessa l’istinto mi dice che devo nuotare e come ho sempre fatto seguo lui. Infatti ha ragione anche questa volta perché poco dopo riesco a toccare una parete e inizio a risalire, trovo una crepa, mi c’infilo. Ho tempo per pensare. Maledetto. Ora capisco tutto. Inizia a essere tutto più chiaro. Mi ha buttato nel cesso e ha tirato l’acqua, così mi sono ritrovato semisvenuto a sbattere sulle pareti interne dei tubi di scarico per finire qui, nel bel mezzo del pozzo nero. Alla fine si è liberato di me. Di me, ma non di noi. Già, perché in questo momento dentro la presa elettrica che c’è fra il letto e il comodino, proprio quella grazie alla quale ogni notte carica il cellulare, ci sono almeno duecento uova pronte a schiudersi. E se quando saremo in giro a pulire la sua casa lui ci colpirà alle spalle per poi buttarci nel cesso, i superstiti avranno già deposto uova dentro le prese le crepe e gli angoli più nascosti della sua casa immensa. “Il mondo è di chi lo crea, non di chi lo distrugge”. Noi scarafaggi lo diciamo sempre.

La scelta fa di noi quel che siamo

E se la scelta non fosse nostra?

Questa è mia:

Mio il sasso immobile

Mia la luce veloce

Siamo sassi;

possiamo rotolare

ma anche stare

E poi la luce;

La luce è come un suono che batte sulle cose

Su di noi inermi o mobili

Nobili o affranti

Vili o affamati

Affannati e stanchi

Banchi o lavagne

Sassi o stelle

Sassi, comunque

Possiamo scivolare sulle cose come uno spirito

E mentre tutto rotola possiamo fermare un’immagine:

avvolgere la discesa

E, solo con lo sguardo luminoso, fermare il momento

fermarci nello statico senza tempo

E illuminare il volteggio

Come una danza

Come la speranza in una stanza

Come una lampadina

che riflette sul sasso la sua corsa

Il suo percorso

La sua storia

il suo sole personale

Il suo sole di vetro

Ho la tua foto davanti

ognuno colma la distanza

come può, come vuole

i tuoi occhi sempre rivolti a sinistra

scrutano l’orizzonte

nel tentativo di anticipare

il futuro, i sogni, i compagni complici.

Sulla tua destra una torre

forse simbolo di ciò che vorresti costruire

forse simbolo della tua nobiltà d’animo.

E intanto Lucio Battisti mi ricorda

il suono dolce della tua voce

quando socchiudi gli occhi

tutta concentrata ad indovinar canzoni

quando socchiudi gli occhi

immaginando nuovi cieli e nuovi amori.

Lo vedi?

Qui c’è ancora la tua forte presenza

e il solito carico di buona poesia.

Neruda dice:

“due amanti felici fanno un solo pane”.

Dimmelo tu, allora, adesso

cos’è che fanno

due amici come noi,

quando non si riesce più a vedere

il confine

tra mancarsi

e tenersi.

Mi sgocciolava una stella sulla spalla,

prima,

mentre mettevo benzina all’automatico

mentre cercavo di fare il simpatico

con te

facendo facce sceme al finestrino.

Anche sull’auto e a terra

c’erano spiattellate stelle morte.

E tu non le vedevi ma io sì

schiantarsi al suolo come fa un budino

e no, non te l’ho detto ma è così.

Poi siamo ripartiti

e tu ridevi forte

e ti chiedevi perché mai il destino

ti avesse dato in sorte

un padre che ha maniere a volte

più sciocche di quelle di un bambino.

 

Si sgretola e si piega su se stesso

senza neppure chiederci il permesso

ottuso e prepotente l’Universo.

Ma questo non ti deve spaventare.

Sono soltanto presupposti miei,

nulla di cui ti debba preoccupare.

 

E neanche io,

perché non sono solo,

ho te,

bambina mia che bimba più non sei

e ascolto il tuo respiro diramare

dalla tua stanza muta e confortevole

e appiccicarsi ai muri della mia

dove io sono ancora sveglio a scrivere.

E quanto è dolce sentire uscir le favole

dai sogni freschi del tuo sonno innocente

che mischio piano alla mia insonnia colpevole

in un bicchiere di luna e di cristallo

con un cucchiaio di veglia e di corallo.

 

Ho te

e non soltanto

questo mezzo talento saltimbanco,

un terzo occhio miope

e un’altra notte da passare in bianco

a zigzagare tra un pensiero e l’altro

a rivangare in un passato lurido.

 

Per questo forse adesso dormirò:

perché io ho te

e non solo il mio ego da cretino,

questa esistenza che m’han dato a credito

con tassi d’interesse da strozzino,

parole che si inseguono su un foglio,

antiche colpe che non mi abbandonano

ma a illuminarmi il cammino

io so che ho te,

il lume caldo e fioco

dell’infinito bene che ti voglio

e tu lo sai,

lo sai che non è poco.

 

E piano piano cado addormentato

le stelle che si spappan sul selciato,

il cosmo che si piega e che s’inclina,

dormi tesoro, che è quasi mattina.

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